Le donne devono sapere: il resoconto della seduta del Senato del 18 luglio 2012
Pubblichiamo il resoconto integrale del dibattito sull’emendamento 3.215 presentato dalla senatrice Carlino.
In coda al resoconto, il pdf scaricabile, da dove evincere i nomi delle senatrici e dei senatori che hanno votato a favore e contro
emendamento 3.215
CARLINO, BUGNANO, PARDI, BELISARIO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PEDICA
Al comma 1, dopo la lettera b) aggiungere la seguente:
“b-bis) dopo il secondo comma è aggiunto il seguente:
“La legge garantisce la rappresentanza delle minoranze e la parità di genere”».
L’elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all’Assemblea saranno pubblicati nell’allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE.Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall’articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,36).
Seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale:
(24) PETERLINI. - Modifica agli articoli 55 e 57 e abrogazione dell’articolo 58 della Costituzione in materia di composizione del Senato della Repubblica e di elettorato attivo e passivo
(216) COSSIGA. - Revisione della Costituzione
(873) PINZGER e THALER AUSSERHOFER. - Modifiche agli articoli 92 e 94 della Costituzione in materia di forma di governo
(894) D’ALIA. - Modificazione di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti forma del Governo, composizione e funzioni del Parlamento nonché limiti di età per l’elettorato attivo e passivo per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1086) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo e alla forma di governo
(1114) PASTORE ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione e all’articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2, in materia di composizione e funzioni della Camera dei deputati e del Senato federale della Repubblica, formazione e poteri del Governo, età e attribuzioni del Presidente della Repubblica, nomina dei giudici costituzionali
(1218) MALAN. - Revisione dell’ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri
(1548) BENEDETTI VALENTINI. - Modifiche all’articolo 49, nonché ai titoli I, II, III e IV della Parte seconda della Costituzione, in materia di partiti politici, di Parlamento, di formazione delle leggi, di Presidente della Repubblica, di Governo, di pubblica amministrazione, di organi ausiliari, di garanzie costituzionali e di Corte costituzionale
(1589) FINOCCHIARO ed altri. - Modifica di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti la forma del Governo, la composizione e le funzioni del Parlamento nonché i limiti di età per l’elettorato attivo e passivo per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1590) CABRAS ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione, concernenti il Parlamento, l’elezione del Presidente della Repubblica e il Governo
(1761) MUSSO ed altri. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di elezioni alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica
(2319) BIANCO ed altri. - Modifica dell’articolo 58 della Costituzione, in materia di abbassamento dell’età anagrafica per l’elettorato attivo e passivo del Senato della Repubblica
(2784) POLI BORTONE ed altri. - Modifiche alla Costituzione in materia di istituzione del Senato delle autonomie, riduzione del numero dei parlamentari, soppressione delle province, delle città metropolitane e dei comuni sotto i 5.000 abitanti, nonché perfezionamento della riforma sul federalismo fiscale
(2875) OLIVA. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di riduzione dei parlamentari, di eliminazione della disposizione che prevede l’elezione dei senatori nella circoscrizione Estero e di riduzione del limite di età per l’elettorato passivo per la Camera dei deputati
(2941) Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3183) FISTAROL. - Modifiche al titolo V della Parte II della Costituzione in materia di istituzione del Senato federale della Repubblica, composizione della Camera dei deputati, del Senato federale della Repubblica, del Governo e dei Consigli regionali, nonché in materia di accorpamento delle regioni, di popolazione dei comuni e di soppressione delle province
(3204) CALDEROLI ed altri. - Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3210) RAMPONI ed altri. - Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di presenza delle donne nel Parlamento
(3252) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo, alla forma di governo e alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni
(Votazione finale qualificata ai sensi dell’articolo 120, comma 3, del Regolamento) (ore 9,37)
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale nn. 24, 216, 873, 894, 1086, 1114, 1218, 1548, 1589, 1590, 1761, 2319, 2784, 2875, 2941, 3183, 3204, 3210 e 3252, nel testo unificato proposto dalla Commissione.
Riprendiamo l’esame degli articoli del testo unificato proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri ha avuto inizio la votazione degli emendamenti presentati all’articolo 3.
L’emendamento 3.214 è stato ritirato.
Passiamo alla votazione dell’emendamento 3.215. (Brusìo).
Colleghi, data la materia che stiamo trattando, vi avverto subito che, se continuerà questo brusìo, sospenderò la seduta, e non sto scherzando. Si discute infatti in un clima caratterizzato anche da divisioni profonde della riforma della Parte II della Costituzione.
CARLINO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, l’emendamento che ho presentato introduce la rappresentanza delle minoranze e le esigenze… (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi, senatrice Carlino. Cominciamo subito così: colleghi, sospendo la seduta per dieci minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 9,38, è ripresa alle ore 9,50).
Riprendiamo i nostri lavori.
Senatrice Carlino, ha facoltà di iniziare nuovamente il suo intervento.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, l’emendamento introduce la rappresentanza delle minoranze… (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, vale la stessa regola di prima: mi rifiuto di presiedere un’Aula che discute delle riforme costituzionali nella confusione e nel disinteresse. Questo è un tema rilevante, se si vuole affrontarlo. Vi prego quindi, poiché non voglio che vi siano altre impressioni che non ci sono quando presiedo, di far sì che l’Aula lavori in un clima di serietà e di dignità e di non mettere in difficoltà la Presidenza.
CARLINO (IdV). Grazie, signor Presidente.
Come dicevo, l’emendamento introduce la rappresentanza delle minoranze e le esigenze di una equilibrata rappresentanza di genere. Sul problema della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali della politica, in quest’Aula sono intervenuta più volte e credo che il tema richieda un intervento urgente anche di carattere costituzionale.
Nonostante il 52 per cento dell’elettorato sia donna, nonostante siano passati nove anni da quando l’articolo 51 della Costituzione è stato modificato con l’introduzione del principio di pari opportunità tra donne e uomini nelle cariche elettive, poche donne sono presenti nelle istituzioni e la questione non è squisitamente quantitativa, ma riguarda la possibilità che una parte consistente della società possa prendere parte ai processi decisionali e così contribuire alla realizzazione di politiche in favore di tutti.
Il Consiglio d’Europa già dal marzo 2003 ha sottolineato che una rappresentanza equilibrata tra uomini e donne nei processi decisionali è un’esigenza di mera giustizia e che la parità dei sessi è elemento costitutivo non negoziabile della democrazia. Il rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia che è stato elaborato l’anno scorso da una serie di associazioni in occasione dei trent’anni del CEDAW, la convenzione che si occupa dell’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, in quell’occasione ha sottolineato una grave carenza di democrazia in Italia proprio a causa della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali. Infatti, il CEDAW sollecitava il Governo italiano ad adottare ulteriori misure per accrescere il numero delle donne nelle cariche pubbliche e politiche.
È intervenuto su questo tema più volte il presidente Napolitano, sottolineando che siamo davanti ad un problema culturale e che è necessario incidere essenzialmente sulla cultura diffusa, sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi, quindi è importante sostenere ed approvare l’emendamento 3.125, che mira a risolvere questa disuguaglianza, a realizzare la piena parità e che vuole rispondere anche alle esigenze del movimento delle donne, che chiede di contare di più non tanto per la propria affermazione, ma per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese e soprattutto per adeguarci ai livelli di partecipazione politica delle donne di altri Paesi europei.
L’Italia è in forte ritardo in questo campo: ci poniamo soltanto al dodicesimo posto su 13 Paesi membri del Consiglio d’Europa proprio per la partecipazione delle donne alla vita politica. Pertanto, invito i colleghi a sostenere questo emendamento e ne chiedo la votazione elettronica. (Applausi dal Gruppo IdV).
ADAMO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ADAMO (PD). Signor Presidente, su questo emendamento avevamo anche un po’ discusso in Commissione, anche per quanto riguarda la sua collocazione, ma ritengo che valga la pena, laddove modifichiamo anche le caratteristiche, con questo ragionamento sull’età, far presente che, in questo contesto di innovazione e nel tentativo anche di portare una nuova classe dirigente ad occuparsi delle questioni nazionali e del Paese, sicuramente l’attenzione nei confronti della rappresentanza femminile è più che pertinente.
Come la senatrice Carlino e come molte delle colleghe presenti, penso che il rinnovamento passi anche attraverso un aumento della rappresentanza.
Sicuramente l’articolo 51 dovrebbe offrire una tutela da questo punto di vista, ma la senatrice intervenuta prima ci ricordava la sua difficile applicazione; forse questo passaggio dal concetto di “promuove” al concetto di “garantisce” (poi si discuterà in sede di legge su quali siano i meccanismi costituzionali per arrivare a questa garanzia) rappresenta un rafforzativo che vale la pena di cogliere.
Inviterei, però, la senatrice Carlino ad espungere la questione delle minoranze perché, mentre rispetto a un rafforzamento della rappresentanza femminile il contesto è quello dell’allargamento dell’elettorato, costituendo quindi un tentativo di favorire il rinnovamento, la questione della garanzia delle minoranze deve essere collocata più direttamente laddove si parli di legge elettorale. Sono due punti di vista un po’ diversi. A parte che a me l’accostamento tra la rappresentanza femminile e quella delle minoranze mi urta un po’, direi che la questione delle minoranze in questo caso è anche fuori contesto.
Se la collega è d’accordo ad accogliere questa modifica, penso che io e molte altre colleghe potremo votare a favore. Naturalmente spero anche nel voto di tutta l’Assemblea. Mi rivolgo alle colleghe del PdL e del centro destra, ma è ovvio che mi rivolgo a tutto il Senato, per cogliere questa occasione di segnalare una volontà, sapendo che sarà poi sui meccanismi delle leggi che andremo a un confronto più serrato. (Applausi dal Gruppo PD).
BIANCONI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIANCONI (PdL). Signor Presidente, desidererei ringraziare la senatrice Carlino per aver posto all’attenzione di quest’Aula, in un momento così particolare e nell’ambito di una discussione così complessa sulla modifica della nostra Costituzione, il tema della rappresentanza di genere. La devo ringraziare perché in quest’Aula ci siamo trovati spesso e volentieri a fare questi ragionamenti. Abbiamo insieme votato anche la modifica dell’articolo 51, ma, in occasione di una modifica così sostanziale della nostra Carta costituzionale, credo sia arrivato il momento di cristallizzare questo principio un principio di civiltà, un principio di riconoscimento di quello che accade nella nostra società civile.
Probabilmente parlo a nome personale e certamente non a nome del mio Gruppo. Probabilmente sto parlando avendo con me il sentimento di molte colleghe e spero anche di molti colleghi. Credo però che non possiamo permetterci di perdere questa occasione, veramente molto importante.
Molte riforme degli ordinamenti delle Regioni hanno garantito alle donne una rappresentanza oggettiva all’interno dei consessi regionali. Credo che questo passaggio nazionale sia di assoluta importanza.
Anch’io, però, chiedo alla senatrice Carlino di non amplificare altri concetti con quel termine di minoranza, che non garantirebbe a noi la libertà di poter sancire questo principio. Chiedo, pertanto, ai colleghi, in modo particolare a quelli del mio Gruppo, di non rimanere sordi di fronte a questa grande opportunità, in un momento nel quale stiamo veramente assistendo a modifiche sostanziali nelle rappresentanze, nella compartecipazione, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, delle donne.
Pertanto, chiedo a tutta l’Aula – ma, in modo particolare, al mio Gruppo – di sostenere questo emendamento, chiedendo però alla collega Carlino di stralciare la parte relativa al riconoscimento di tutte le minoranze.
BOSCETTO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOSCETTO (PdL). Signor Presidente, colleghi, nel lungo lavoro in Commissione abbiamo stabilito di limitare il nostro compito ad alcuni articoli della Costituzione, affinché questo provvedimento diventasse una riforma su alcuni temi fondamentali e non si allargasse ad altri concetti.
Quando si è discusso della norma costituzionale sulla parità di genere, si è deciso di escluderla – ossia di non votarla favorevolmente -, sulla base di questo principio e del fatto che la materia della parità di genere è meglio regolamentabile con leggi ordinarie, senza andare a costituzionalizzare il contesto. Peraltro, noi tutti ricordiamo la sentenza della Corte costituzionale che si è pronunciata in materia di quote rosa e ha detto che era una limitazione non costituzionale.
Quindi, nel pieno rispetto delle ragioni e delle posizioni che sono state esposte dalle senatrici che hanno parlato e da coloro che hanno studiato questo problema, annuncio il voto contrario del Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Astore).
PASTORE (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Intervengo per chiedere un chiarimento ai presentatori dell’emendamento. Credo che ciò sia importante, perché altrimenti, con un voto favorevole, creeremmo una discriminazione tra Camera dei deputati e Senato.
La disposizione si inserisce nell’ambito della normativa relativa alla composizione del Senato; analoga norma, nemmeno parente alla lontana di questa, è presente nella disciplina relativa alla composizione della Camera dei deputati. Avremmo una battaglia sulla quale si può intervenire con argomenti a favore o contro, però avremmo anche un risultato che renderebbe questa riforma veramente indigeribile, più di quanto qualcuno abbia rappresentato possa diventare se certi emendamenti venissero approvati.
Tra l’altro, se questa norma venisse approvata, creeremmo un paradosso, perché la stessa Corte costituzionale ha sempre affermato che, mentre le pari opportunità vanno garantite, il risultato garantito non è previsto dalla Costituzione. Questa è una norma costituzionale e, quindi, potrebbe derogare a questo principio; tuttavia, avremmo un problema di compatibilità con il principio di uguaglianza e di opportunità per tutti coloro che partecipano alle competizioni elettorali di qualsiasi livello.
Chiedo ai presentatori se hanno riflettuto su questo punto. Condivido pienamente la scelta del mio Gruppo, ma – ripeto – vorrei un chiarimento su questo dato. Vorrei inoltre sapere se rimane il concetto di rappresentanza delle minoranze, perché altrimenti, se così fosse, dovremmo garantire, ancorché limitatamente al Senato, la presenza di tutti, alla luce del fatto che minoranza è – paradossalmente – anche un gruppo formato da poche persone.
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, mi associo anch’io alla richiesta, rivolta alla senatrice Carlino, di una riformulazione dell’emendamento 3.215, che mi permetto di proporre in questi termini: «La legge garantisce la parità di genere nella rappresentanza elettiva»; e non perché questa formulazione possa esaudire l’obiezione appena formulata dal senatore Pastore, sulla quale tornerò, ma perché equiparare il tema della rappresentanza di genere ad una questione circoscrivibile al tema della tutela delle minoranze è francamente inaccettabile, se non altro per ragioni demografiche.
Detto questo, vorrei rivolgermi ai colleghi Boscetto e Pastore. Apprezzo molto il riferimento del senatore Boscetto alle determinazioni adottate dalla Commissione, con una larghissima maggioranza, circa gli ambiti del lavoro di riforma costituzionale ai quali ci si doveva limitare. Francamente però non posso non constatare la fatale ironia delle parole pronunciate dal senatore Boscetto nel momento in cui un testo costituzionale, frutto di un larghissimo accordo che avrebbe potuto avere oltre due terzi della maggioranza in quest’Aula e in quella della Camera, ha visto questo limite più che travalicato con la presentazione dell’emendamento sul semipresidenzialismo che ha inferto alla riforma un colpo mortale dal quale temo che la stessa non si riprenderà mai più; certamente non in questa legislatura. Quindi, lasciamo perdere i limiti che ci siamo dati in Commissione, perché francamente non mi pare un argomento utilizzabile.
Il secondo argomento è che questa partita può essere regolamentata con legge ordinaria. Questa è stata la determinazione cui si è giunti nel momento in cui si è modificato l’articolo 51 della Costituzione. I colleghi ricorderanno che con quella modifica si è fatto riferimento al ruolo di promozione della Repubblica affinché, con appositi provvedimenti, si realizzasse la pari opportunità per donne e uomini.
Come i colleghi ricordano, questa modifica costituzionale è del 2003. Sono trascorsi quasi 10 anni da allora e a me pare che questa strada non soltanto vada percorsa fino in fondo – chiederò anzi alla Conferenza dei Capigruppo di iscrivere subito all’ordine del giorno dell’Aula il provvedimento, proveniente dalla Camera, sulla doppia preferenza per le elezioni nelle Regioni e negli enti locali – ma la stessa composizione di quest’Aula dimostri come quest’opera di promozione affidata alle leggi ordinarie non sia in grado di garantire il principio della parità di genere nella rappresentanza, un valore che l’Italia interpreta molto peggio di centinaia e centinaia di altri Paesi nel mondo.
Detto questo, sono dell’opinione che occorra votare l’emendamento secondo il quale la Repubblica garantisce la pari rappresentanza di genere. Il mio Gruppo pertanto voterà a favore di questo emendamento.
Vorrei aggiungere ancora, relativamente alla norma in esame – in questa prima lettura del testo, che certamente subirà ben altre letture in questa legislatura come in un’eventuale riedizione delle riforme costituzionali nella prossima -, che vi sarebbe l’opportunità di cancellare il paradosso di avere una norma di questo genere solo al Senato. Il paradosso, dunque, opera per difetto e non per eccesso, come sosteneva il senatore Pastore. Peraltro il paradosso, nella ricerca filosofica ed anche in quella strettamente logica, è un ottimo strumento per raggiungere il risultato.
Quindi, il mio Gruppo voterà decisamente a favore di questo emendamento non appena la senatrice Carlino deciderà di riformularlo espungendo la questione riguardante le minoranze, che può trovare ben altra collocazione in altra parte del testo. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
BONFRISCO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, noi stiamo affrontando in quest’Aula uno dei passaggi più delicati ed importanti di questa legislatura. La forte volontà di offrire ai cittadini italiani un assetto diverso e una riforma profonda del nostro ordinamento e, soprattutto, di quell’architettura istituzionale che vogliamo essere sempre più vicina e rispondente ai cittadini, è oggi l’occasione per una seppur breve – ma io ritengo incisiva – riflessione, soprattutto alla luce dell’intervento appena svolto dal capogruppo del PD in quest’Aula, Anna Finocchiaro, su un tema che attraversa le vere e profonde motivazioni che stanno alla base di una scelta forte, sostenuta in primis dal Presidente della Repubblica e che attraversa la politica nel suo insieme. Mi riferisco alla formulazione e alle proposte che in quest’Aula, così come nei luoghi decisionali della politica, oggi animano il dibattito sulle riforme istituzionali, per poter fare il punto riguardo ad una rappresentanza che – ne prendiamo atto – rivela una non più totale rispondenza al sentimento e alla volontà dei cittadini italiani.
Ha fatto bene prima la senatrice Finocchiaro a ricordare che sono passati quasi dieci anni da quella modifica dell’articolo 51 della Costituzione che ha consolidato e riaffermato un principio che era già scritto in una carta non sempre rispondente alla realtà, quella Carta costituzionale nominale che non sempre siamo riusciti a tradurre ancora oggi in atti e fatti certi. E a lei voglio ricordare che ci sono voluti vent’anni per trasformare il reato di violenza sessuale da reato di serie B a reato di serie A, cioè rivolto contro una persona e non contro la morale. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Incostante). Il cammino di queste conquiste ha sempre avuto una storia difficile e tormentata.
Ma oggi difficile e tormentata è la nostra storia, è la storia di questa politica, che viene chiamata a superare una prova che io mi auguro sia in grado di cogliere in tutta la sua portata. Vede, signor Presidente, i forti cambiamenti che sono in atto nella società, certo in primis dal punto di vista economico, ma forse ancor di più (e non ce ne siamo resi conto abbastanza) dal punto di vista culturale e sociale, rischiano di travolgere totalmente questa nostra vecchia idea della rappresentanza e di liquidarla definitivamente. Io penso che una classe politica attenta innanzitutto al proprio ruolo non possa che interrogarsi continuamente su quanto essa sia davvero adeguata ad interpretare e a rispondere ai cambiamenti in atto nella società. A me pare evidente e sotto gli occhi di tutti che nelle Aule parlamentari quei cambiamenti qualcuno si ostina a non volerli registrare.
Allora, mi auguro che non debbano passare altri dieci anni prima che si prenda atto che nel Paese, nella realtà e nella società c’è un grande lavoro svolto dalle donne che deve poter avere la sua compiuta rappresentanza. Noi sappiamo e non spetta a me ricordarlo adesso ‑ vado a concludere, signor Presidente ‑ che una democrazia, per essere compiuta sul serio, deve saper rappresentare le esigenze vere, profonde, culturali di una società. Diversamente, quella non sarebbe una rappresentanza, ma l’arroccamento di una vecchia politica che non riesce a cogliere i cambiamenti che sono già avvenuti fuori da quest’Aula e che qui si ostina a non ascoltare.
Allora, in dissenso dal mio Gruppo, annuncio il mio voto favorevole su questo testo, che fissa un principio e che aiuta la politica a sapersi rigenerare, a sapersi migliorare e a sapersi riqualificare. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e delle senatrici Bianconi e Alberti Casellati).
BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, spenderò pochissime parole per associarmi alla richiesta formulata della senatrice Bianconi e sostenuta anche dalla presidente Finocchiaro di chiedere la modifica di questo emendamento nelle parole «la rappresentanza delle minoranze» perché riteniamo che sia una deminutio e una sorta di ingiustizia quando noi con questo emendamento vogliamo determinare giustizia e parità. (Brusìo).
PRESIDENTE. Non voglio dare l’impressione di non voler fare la discussione, ma se si continua così sospendo la seduta e chiedo al presidente Schifani di sostituirmi, perché io non sono disposto a presiedere l’Aula che discute di una riforma costituzionale in questo caos, che dovrebbe far vergognare tutti. (Applausi).
BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Chiudo chiedendo alla senatrice Carlino di espungere questa parte dell’emendamento perché non prevede correttamente il principio che, credo, lei insieme ad altri colleghi volevano esprimere. Se è disponibile a fare questo, aggiungiamo le firme come donne del Gruppo del Terzo Polo.
Credo sia una scelta che l’Aula può fare con serenità e coraggio e mi auguro anche che ci sia un ravvedimento di quei colleghi – penso al senatore Pastore a nome del Gruppo del Popolo della Libertà – perché con questa modifica daremmo un positivo messaggio unitario al Paese su questa riforma costituzionale. Non stravolge, ma aggiunge e determina risorse.
Voglio concludere citando le parole di Madeleine Delbrêl che diceva di non guardare mai indietro e incoraggiava, in situazioni di difficoltà, a cercare di guardare avanti perché questo dà speranza non solo a te, ma a tutto il popolo. Anche noi speriamo di fare questo. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, per quanto riguarda le minoranze linguistiche esprimeremo un voto favorevole e lo avremmo fatto sia per le minoranze che per la parità del sesso. Abbiamo però delle perplessità – è questo il motivo per cui abbiamo preso la parola, nonostante il nostro voto favorevole – anche per le dichiarazioni del collega Pastore, che prima ha rilevato che rimarrà una disparità tra le due Camere.
Noi stiamo riformando la Costituzione e mi pare giusto che ambedue le Camere siano trattate in maniera uguale da subito senza rimandare, come si è detto in questa Aula, a una seconda fase emendativa del testo costituzionale. Un’altra perplessità riguarda l’articolo 51 della Costituzione che già prevede che la legge promuova con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. C’è già la possibilità per la legge di promuovere in ogni senso la presenza di tutti e due i generi nelle nostre Aule. Mi sembra pertanto pleonastico, ammesso e non concesso che sia un rafforzamento di questo principio, come qualcuno mi ricorda. Nonostante questa perplessità voteremo a favore.
Per quanto riguarda le minoranze, per come è scritto, capisco la motivazione che un voto contrario. Avremmo gradito il termine non tanto per le minoranze politiche in genere, ma per le minoranze linguistiche, però devo ammettere che, per come è scritto, nella prossima legge elettorale, anche se maggioritaria e orientata verso un bipolarismo se non un bipartitismo come qualcuno vuole, si dovrebbe prevedere, se si accetta questo emendamento, che almeno un rappresentate per tutti i partitini sia presente.
Questo lo trovo esagerato. Caso mai si sarebbe dovuto parlare di “minoranze linguistiche”, ma c’è già l’articolo 6 che le tutela. Pertanto non avremmo particolare rammarico se la collega Carlino decidesse di sopprimere questo riferimento.
Ecco, con questa obiezione e queste precisazioni, dichiaro il voto favorevole sull’emendamento 3. 215.
GIOVANARDI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIOVANARDI (PdL). Signor Presidente, vorrei provare a fare una piccola operazione verità.
Nel ’94 la legge prevedeva l’alternanza uomo-donna uomo-donna nella parte proporzionale. La Corte costituzionale l’ha cassata, spiegando che era in completo dissenso con l’articolo 3 della Costituzione. Ha invitato, inoltre, a promuovere leggi che consentano di far approdare alla politica il maggior numero possibile di donne – promuovendo quindi una politica di pari opportunità – per permettere alle stesse, partecipando alla vita politica, di assurgere ai massimi livelli del Parlamento e del Governo. Tanto è vero che l’articolo 51 della Costituzione – mi spiace non sia presente il collega Pisanu – approdò in Consiglio dei ministri sulla base di un testo che prevedeva una quota riservata alle donne nei vari incarichi parlamentari.
Venne poi modificato perché l’attuale articolo 51, avvallato dal Parlamento, parla di politiche di accesso e non di garanzie di risultato. Non si dice, come invece è scritto qua, che se una Regione vuole mandare due donne al Senato non può farlo, nel senso che deve eliminare, ad esempio, Maria Ferrari, per mandare Mario Rossi perché la legge impone ai massimi vertici che vi sia una lottizzazione di genere. Ciò è assolutamente in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione. Ed ho ricordato ieri che né negli Stati Uniti, né in Francia, né in Inghilterra – dove si fa politica e democrazia sul serio – si è mai visto che per il Parlamento e per il Senato vi sia una sorta di lottizzazione per cui gli elettori sono obbligati a votare un uomo o una donna in termini numerici.
Se poi vogliamo spingerci ancora oltre, dal momento che è stato annunciato il voto di coppia in tutti i Comuni italiani, bisogna rendersi conto che di questo passo finiamo per screditare la politica. Obbligare, nella seconda preferenza per i Comuni, a votare una donna e un uomo pena l’annullamento della preferenza, vuol dire che non il candidato non può più essere eletto con i suoi trecento voti perché un uomo e una donna che ne hanno duecento possono sommare i loro voti, creando alleanze elettorali in ogni Comune, e verrà meno il candidato o la candidata da eleggere. Chi ha la fortuna di trovare un partner con cui accoppiarsi raddoppierà i suoi voti, chi non ha questa fortuna rimarrà a casa.
Queste sarebbero le grandi riforme che noi proponiamo come rinnovamento della politica. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Perduca e Poretti. Commenti della senatrice Incostante). Vi rendete conto di cosa stiamo facendo? Un conto è dire che bisogna fare di tutto perché le donne abbiano percentualmente una maggiore partecipazione alla vita politica, altro è dire che per legge e per Costituzione è fatto divieto di presentare liste di donne o liste di uomini. Ad esempio, io non potrò più presentare liste o comporre Giunte femminili. (Commenti della senatrice Incostante). Mi sarà precluso dalla Costituzione.
E perché in un Paese civile e democratico l’articolo 3 della Costituzione deve prevedere una discriminazione che in base al sesso cancella il principio di parità? (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora). E questo non solo per consentire gli accessi. Infatti – attenzione – si fa un passo in più: coloro che sono già consiglieri regionali, In base alla modifica della Costituzione, avrebbero anche il diritto di far parte del Senato, non sulla base delle loro capacità, ma sulla base del fatto che sono uomini o donne. Quando si farà la lottizzazione tra le Regioni e ci si accorgerà che si è arrivati già ad una quota massima di uomini, con riferimento alle leggi che verranno varate sulla base della Costituzione, il resto dovrà essere riservato obbligatoriamente alle donne o viceversa.
Così facendo ci inoltriamo in un ginepraio totalmente incostituzionale, illogico, che disprezza anche il diritto dei cittadini di votare gli eletti sulla base delle loro capacità, professionalità e non in base a una lottizzazione di genere, come questo provvedimento propone. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
NANIA (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NANIA (PdL). Signor Presidente, quando è stato approvato l’articolo 51 della Costituzione, questo dibattito è stato affrontato in maniera molto approfondita. Se mi è concesso farlo, inviterei la senatrice Carlino a ritirare l’emendamento 3.215 perché affronta un problema che esiste ma, a mio avviso, lo fa in maniera errata. Per questo preannuncio il mio voto di astensione sull’emendamento in esame.
Il problema esiste perché, generalmente, coloro che sostengono che non bisogna in nessun modo agevolare la presenza delle donne in politica lo fanno sostenendo la famosa tesi dei panda. Secondo costoro in politica devono essere presenti le persone in gamba: non dobbiamo considerare le donne una specie in estinzione, mentre, se garantiamo loro la partecipazione e le quote, ciò significherebbe volerle proteggere. Tale tesi mi sembra completamente fuori luogo, anche perché, mentre i panda sono una specie in estinzione, le donne non lo sono: sono bensì un genere in espansione nella società civile, nel volontariato, nelle professioni, nella scuola, nella sanità, nella magistratura. Come mai le donne sono presenti in tutti i settori, a volte in misura superiore rispetto agli uomini, e in politica no? Forse la politica non è il campo dell’onestà, della competenza e dell’attenzione alla cura verso le nuove generazioni? La questione, dunque, esiste ed è seria.
Personalmente mi sono interessato al problema anche perché, statisticamente, in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America le donne votano a destra (e infatti sia Blair che Clinton, per catturare il voto femminile, hanno previsto un fortissimo investimento), anche perché la destra ha sempre investito molto nel volontariato, specie negli Stati Uniti d’America dove le donne sono definite punti luminosi del sistema, mentre la sinistra si è generalmente basata sullo stato sociale, facendo un investimento, diciamo, strutturale. Se così stanno le cose, il problema è garantire il risultato, come diceva il senatore Giovanardi, o garantire la competizione, e quindi la pari opportunità nella competizione e della competizione? (Applausi del senatore Astore).
Invito quindi la senatrice Carlino a ritirare l’emendamento, al di là del tema delle minoranze che, com’è ovvio, potrebbe estendersi, per esempio, agli anziani, ai giovani, ai cinesi. Il discorso sulle minoranze non riguarda la partecipazione di genere, investendo sia il genere maschile che femminile; infatti anche dovessimo parlare di minoranze all’interno dei generi il discorso diventerebbe molto ampio e riguarderebbe tante altre situazioni. La questione, quindi, è malposta sotto questo profilo. Ma anche dal punto di vista della parità del risultato presuppone un vizio dal quale la democrazia italiana deve liberarsi, quello cioè di una legge elettorale di nominati. Infatti presupporre la parità di risultato, cioè la parità di genere, significa che c’è una legge elettorale di nominati, e in questo caso non si capirebbe perché – e qui l’emendamento avrebbe senso – dovrebbero essere presenti solo gli uomini piuttosto che le donne, o viceversa. L’articolo 51, da questo punto di vista, è ben formulato perché presuppone la pari opportunità e richiama l’impegno della Repubblica.
Chi avesse voglia di leggere l’intera Costituzione italiana – cosa che, detta da me che vengo dal Movimento Sociale Italiano, può incuriosire – scoprirebbe che la nostra Costituzione non prevede imposizioni. Non c’è un articolo che dica: la Repubblica impone o costringe, bensì si dice: la Repubblica favorisce, la Repubblica promuove, la Repubblica si impegna. L’articolo 51, quindi, è ben formulato perché presuppone che la Repubblica promuova le pari opportunità. La questione quindi riguarda la legge elettorale. Lo diceva bene anche il senatore Giovanardi, le cui ragioni voglio richiamare, anche se la penso diversamente: se la Repubblica promuove una simile misura in via provvisoria, non bisogna scandalizzarsi se tra le preferenze si introduce quella di genere, perché si tratterebbe di un’attività promozionale che, come tale, sarebbe provvisoria, anche se potrebbe durare a lungo nel tempo, e si incastonerebbe perfettamente nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione che impegna la Repubblica ad intervenire in chiave dinamica in proposito.
Concludo sottolineando quindi che l’emendamento 3.215 è mal posto – per questo inviterei al ritiro – pur formulando una tematica di grande rilievo e di grande pregio, perché le donne non sono un problema, ma una risorsa. Garantirne la parità nella competizione è un conto; nel caso in cui si arrivasse ad una legge elettorale che in qualche modo le aiuti in questa fase dinamica ad essere più presenti nella politica (non essendo una specie in estinzione, ma in espansione), sarei d’accordo; altro conto è inserire la parità del risultato che è quanto di più osceno si possa immaginare. Ciò, infatti, appartiene ad una concezione vetera dell’uguaglianza che non considera il merito, il talento, l’impegno, il coraggio e tutte quelle qualità che sono anche femminili e che le donne possono mettere in campo battendo gli altri competitori. (Applausi dai Gruppi PdL e CN).
CALIENDO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALIENDO (PdL). Signor Presidente, annuncio che non parteciperò al voto perché ritengo che l’emendamento 3.215 non sia produttivo di effetti positivi per le donne.
Credo che gli articoli 2 e 3 della Costituzione rappresentino il connotato essenziale del nostro Stato, della nostra Repubblica. Nella mia vita ho svolto molte azioni positive. L’articolo 3, capoverso, della Costituzione non è una norma di programma, ma impone azioni positive in ciascun soggetto politico, in ciascun funzionario pubblico, perché quei princìpi si realizzino.
L’articolo 51 della Costituzione ha riproposto quei principi: quando i valori forti – come quelli contenuti negli articoli 2 e 3 della Costituzione – vengono riproposti più volte, si annacqua il significato di quegli stessi princìpi. Per questo motivo mi astengo dal voto. Infatti, ripetere ancora oggi ciò che già nel 1951 era stato omesso – e che non era stato considerato necessario perché l’articolo 3, capoverso, già imponeva azioni positive – significa dubitare e renderlo un diritto di serie B rispetto al secondo comma dell’articolo 3.
Ripeto che proprio per tale ragione non parteciperò al voto. Credo nella vera parità tra gli uomini e le donne. La donna va difesa con azioni positive che riguardano tutti i soggetti pubblici e non con le leggi. In una Costituzione forte non si può ripetere per tre volte lo stesso concetto perché, se si ripete tre volte, vuol dire che non si crede in quel concetto. (Applausi del senatore Scarpa Bonazza Buora).
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, la senatrice Poretti ed io stiamo facendo lo sciopero della fame da ieri sera per denunciare la mala amministrazione della giustizia e, come decine di migliaia di persone soprattutto negli istituti penitenziari, avevamo scelto il silenzio per affrontare i prossimi quattro giorni. (Commenti dal Gruppo Pdl). Quando però si parla della Costituzione e si ascoltano alcuni ragionamenti, con rispetto parlando, è difficile mantenere il silenzio. Quindi, ci troviamo costretti ad intervenire, non sempre, ma sicuramente su alcune questioni fondamentali.
È stato già fatto notare che alla Camera dei deputati tale problema non è stato sollevato con altrettanta decisione e forza. I presentatori dell’emendamento intendono affrontare una questione di pari rappresentanza, ma ciò vorrebbe dire che in ambo le Camere detta rappresentanza sia «garantita per legge».
Vi è però un problema aggiuntivo, che avevamo cercato di sollevare durante il dibattito sul finanziamento pubblico dei partiti, ossia che la scienza ed anche la sociologia ci dicono che non è così semplice definire l’identità di genere e che magari i generi – a questo punto – possono non essere più due, ma eventualmente anche tre. (Brusìo). Allora, dal momento che state facendo un discorso presuntamente modernista, secondo il quale volete veder rappresentati all’interno delle Aule parlamentari due generi, al 50 e 50, cerco di ricordarvi che siamo nel 2012 e che, al di fuori di queste Aule, sono in corso dibattiti che riguardano non soltanto l’identità di genere e l’orientamento sessuale – che qui non ci interessano – ma anche i diritti da garantire a queste persone, in quanto individui portatori di diritti.
Cosa implicherebbe tale riformulazione, che andrebbe sicuramente a migliorare il testo originario dell’emendamento? Peraltro non ho ancora capito come si possa garantire tale pari rappresentanza di genere all’interno delle Camere: la persona nominata o eletta, deve sottoscrivere una dichiarazione di appartenenza ad un determinato genere, con il divieto di cambiarlo una volta eletto? (Applausi dal Gruppo PdL). Scusate, ma quest’argomento, più di tutti gli altri che sono stati utilizzati, è quello per cui – pur essendo i radicali da sempre molto attenti all’accesso di chiunque, indipendentemente da genere, religione e razza, a qualsiasi ufficio pubblico – la senatrice Poretti ed io ci asterremo, non nel senso che non parteciperemo alla votazione, bensì pigiando il bottone bianco, qualora si dovesse arrivare al voto elettronico. (Applausi della senatrice Poretti e del senatore Valentino).
FRANCO Vittoria (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (PD). Signor Presidente, mi pare evidente che, quando si affrontano temi che attengono alla parità fra uomini e donne in politica e nelle istituzioni, vi sia una sollevazione da parte di un’ala di quest’Aula.
Non vorrei dar vita ad una discussione che veda uomini contro donne o viceversa, perché credo che questo Paese sia maturo per affrontare il problema della democrazia paritaria, che vuol dire eguali opportunità fra uomini e donne in tutto.
Vorrei invece riprendere il quesito formulato dal senatore Nania: perché le donne sono attive e molto presenti in tanti settori della società, del lavoro e delle attività più varie, mentre in politica sono così poche? È una bella domanda. La risposta è che la politica costituisce il luogo del potere per eccellenza, il luogo dove si scrivono le regole, anche quelle che escludono o includono: e mi pare che in quest’Aula stamattina molti siano per escludere le donne dalla politica, cioè dal luogo del potere di fare le regole.
Bisognerebbe poi analizzare attentamente il linguaggio usato stamattina da molti colleghi uomini, da specificare. Qualcuno ha detto che le donne non sono dei panda: questa storia è vecchissima, proprio perché le donne vogliono le opportunità per manifestare le capacità il talento di cui dispongono e metterli a disposizione dell’intera comunità.
Qualcun altro ha poi detto che si discrediterebbe la politica se si assumessero una regola o un sistema elettorale che preveda la doppia preferenza. E perché? Non esistevano le doppie preferenze prima? Si propone soltanto che chi ne voglia esprimere due debba assegnare la seconda ad un candidato di genere diverso da quello cui ha dato la prima. So che il senatore Giovanardi vorrebbe liste monosex, composte da soli uomini, perchè è chiaro che qui c’è un patto fra uomini per escludere le donne. Colleghi maschi, cercate di… (Brusìo. Richiami del Presidente. Applausi della senatrice Donaggio).
Ve lo ripeto: alcuni di voi vogliono liste monosex, perché hanno fatto un patto politico fra di loro – questa è la verità! – per escludere le donne, anche quelle in gamba, che sono molto più brave di voi in politica e nelle istituzioni. (Applausi delle senatrici Donaggio e Negri).(Commenti dal Gruppo PDL. Richiami del Presidente).
ALBERTI CASELLATI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBERTI CASELLATI (PdL). Signor Presidente, trovo che vi sia un’ipocrisia di fondo in questa discussione se si considera che, dal Presidente della Repubblica a tutti i più alti rappresentanti delle istituzioni, sentiamo sempre dire che le donne hanno grandi meriti. Anche di recente, dopo l’approvazione della legge – che era stata peraltro contestata – per la partecipazione delle donne nelle società quotate in borsa, una legge volta a promuovere dunque il ruolo femminile, che non ha nulla a che vedere con i panda, ma che premia semplicemente il merito, il Presidente della Repubblica ha detto che, quando ci sono donne nei consigli di amministrazione, i risultati sono migliori.
Ultimamente c’è stata anche un’indagine che stabilisce che il quoziente intellettivo delle donne è superiore a quello degli uomini. (Commenti del Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia. Non mi costringete a sospendere la seduta. Non è ammissibile questo comportamento. La senatrice Alberti Casellati ha il diritto di parlare.
ALBERTI CASELLATI (PdL). Colleghi, non è una considerazione che ho fatto io; è una ricerca scientifica che stabilisce il principio per cui le donne hanno un quoziente intellettivo più elevato. (Commenti del Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Mi scusi un attimo, senatrice Alberti Casellati, perché lei ha il diritto di poter svolgere il suo intervento.
Colleghi, si intende far parlare la senatrice Alberti Casellati o si vuole una pausa di riflessione? Prego, senatrice, continui pure.
ALBERTI CASELLATI (PdL). La ringrazio, Presidente. Vedo neuroni circolare liberi nell’Aula!
Questo emendamento non è altro che un corollario dell’articolo 51 della Costituzione; non capisco perché oggi determini tanto sconcerto. Esso promuove semplicemente il ruolo delle donne e degli uomini in maniera paritaria, perché è giusto che vi sia un punto di partenza eguale, ma anche un punto di arrivo.
Se dunque in una società, che è formata da più uomini che donne, non c’è una parità nella condivisione del potere e delle decisioni, significa che c’è un deficit di democrazia. È proprio questo che noi non vogliamo: vogliamo che sia riconosciuto il merito là dove il merito c’è. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Pinotti e Franco Vittoria).
LAURO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LAURO (PdL). Signor Presidente, mi permetto di suggerirle fin d’ora di sospendere la seduta, perché penso che il mio intervento procurerà molti clamori (Commenti dal Gruppo PdL). Badate bene, cari colleghi di Gruppo, che io ho parlato di fronte ad assemblee infuocate e minacciose; non mi lascerò certo intimidire dai vostri mugugni.
Signor Presidente, vorrei annunciare il mio voto in dissenso dal Gruppo e vorrei spiegarne qui il motivo. Quando amici presenti in quest’Assemblea invocano giustamente i valori della nostra Costituzione e la straordinaria modernità del nostro documento fondamentale riguardo ai princìpi dello stesso, facendo specifico riferimento all’articolo 3 della Costituzione, dovrebbero essere coerenti fino in fondo, perché l’uguaglianza dei cittadini, indipendentemente dalla razza, dal sesso o da altri elementi che possano essere fatti oggetto di valutazioni negative, non può essere confinata soltanto alla parità di genere.
Non è possibile. Questo Parlamento, questa legislatura, questa Assemblea hanno ignorato le proposte di legge finalizzate a riconoscere diritti a cittadini, a nuclei di persone con figli che non sono tutelati nei loro diritti fondamentali. Ci sono disegni di legge, proposte di legge finalizzate a regolamentare le coppie di fatto, che non sono solo coppie di fatto omosessuali: ci sono centinaia e centinaia di coppie di fatto eterosessuali con i figli che non hanno nessuna tutela nei loro diritti fondamentali. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e della senatrice De Feo).
Ci dobbiamo più volte chiedere perché la Costituzione giustamente tutela la famiglia nella sua composizione naturale. Perché queste persone, in una democrazia, nel loro rapporto personale, non possono ottenere da questo Parlamento una tutela, in applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, dell’articolo 2 della Costituzione e delle sentenze della Corte costituzionale che sono state ignorate? Questa Assemblea non tiene conto della realtà, di quello che si vive fuori da quest’Aula (Applausi delle senatrici Contini e Negri), che con un atteggiamento disinformato e oscurantista non riesce ad affrontare i problemi veri della società italiana, che riguardano anche le coppie di fatto eterosessuali ed omosessuali. Lo dico da cattolico praticante e non da laicista (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Contini). Questa è la verità.
Ecco perché io, pur non condividendo, signor Presidente, le modalità attraverso le quali quel principio deve essere applicato, in dissenso da mio Gruppo voterò a favore di questo emendamento. (Applausi dai Gruppi PD e IDV e delle senatrici Alberti Casellati, Bonfrisco e Contini).
VALENTINO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VALENTINO (PdL). Signor Presidente, mi limiterò a fare pochissime considerazioni, anche se i temi trattati sono di grande impegno e grande coinvolgimento emotivo. Tutti partecipano dando il loro contributo della loro sensibilità e della loro capacità, però c’è un dato di ordine sistematico che vorrei rassegnare all’Assemblea perché tragga le conclusioni più opportune e lo valuti. Noi oggi ci stiamo occupando dell’articolo 58 della Costituzione in materia di composizione del Senato. E alla Camera che cosa accadrebbe se noi modificassimo l’articolo soltanto al Senato? Sarebbe auspicabile che alla Camera si realizzassero analoghe condizioni, ma allo stato così non è.
Dobbiamo tenere conto delle esigenze che siamo chiamati a trattare e sulle quali siamo chiamati a discutere. Penso pertanto che, ferme restando tutte le considerazioni apprezzabili che sono state fatte finora su temi e valori che ci trovano certamente d’accordo, bisogna anche fare una piccola riflessione sul dato afferente l’articolo del quale stiamo discutendo. È vero che alla Camera c’è una presenza femminile certamente significativa e che quindi si può trovare una formula normativa per poter ricostituire l’equilibrio, ma non basta questa considerazione. Per questa ragione, signor Presidente, sarò costretto mio malgrado a votare contro questo emendamento. (Applausi del senatore Bornacin).
CALDEROLI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALDEROLI (LNP). Signor Presidente, non voglio insegnare niente a nessuno, ma vorrei ricordare che non siamo in discussione generale, ma in dichiarazione di voto e quindi sarebbero ammesse le sole dichiarazioni in dissenso e non certo in assenso.
Rispetto al merito, personalmente sono d’accordo sulle pari opportunità, ma dipende da come sono poste. Aver aggiunto questo punto all’interno di quest’articolo, nella parte conclusiva, vuol dire che la parità di genere deve essere garantita anche sul risultato e nella migliore delle ipotesi si dovrebbe avere un rapporto di 125 a 125 e se si dovesse accedere all’ipotesi del senatore Perduca (che la Corte potrebbe anche considerare percorribile), si dovrebbe arrivare ad eleggere 83,3 (con il 3 periodico) rappresentanti secondo il principio di genere, che francamente mi sembra un po’ ridicolo. Per poter arrivare ad un simile risultato (125 o 83,3) si deve realizzare una legge elettorale che impone di esprimere il voto secondo determinati criteri.
Peccato che l’articolo 48 della Costituzione, che non abbiamo modificato, dica che il voto è personale, uguale e libero. Se si introduce un concetto del genere, il voto non è più libero, ma è obbligato secondo determinati binari. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
Pertanto, pur condividendo la parità e le sue esigenze, esprimeremo voto contrario rispetto a questa proposta irrealizzabile, perché qualunque legge elettorale o qualunque esito di votazione che non sia l’83,3 o il 125 diventerebbe incostituzionale. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Calderoli, per il suo benevolo richiamo. Lei ha perfettamente ragione: siamo in dichiarazione di voto, ma ho ritenuto e mi sono assunto la responsabilità, visto il tema (riforma della Costituzione) e visto l’argomento specifico, di consentire che ci fosse un confronto, anche perché c’è un numero molto elevato di interventi e quindi mi sono regolato in questo modo.
DONAGGIO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DONAGGIO (PD). Signor Presidente, credo che in questa discussione una cosa vada evitata: ridicolizzare le posizioni di chi dissente o ha opinioni diverse dalle proprie, perché stiamo parlando di un tema che ci portiamo dietro dall’inizio del secolo. Dall’inizio del secolo, quando si pose il problema del suffragio universale, dell’estensione del diritto di voto alle donne, successe di tutto in questo Paese, a tal punto che il regime fascista bloccò la legge Acerbo e le donne non votarono mai. Poi arrivò la guerra, poi arrivò il tempo che tutti conosciamo e quindi la discussione su come è formulata la nostra Costituzione altro non è che la prosecuzione di quel dibattito, cioè il fatto che alle donne venisse riconosciuto un diritto elementare che era quello dell’elettorato passivo.
Era una rivoluzione, in cui vennero coinvolti gli stessi partiti: penso all’appello all’estensione del diritto di voto di Anna Kuliscioff, che di questo fece un suo manifesto programmatico, andando anche in rotta di collisione con il suo compagno di allora, Turati, perché il gruppo non era assolutamente d’accordo. Bisognava infatti che le donne, ad esempio, non fossero analfabete, mentre magari il diritto di voto si poteva riconoscere ai maschi analfabeti, ma non alle donne analfabete. Si trovarono moltissime argomentazioni per bloccare quella che è secondo me la vera innovazione: il mondo ha la possibilità di camminare in equilibrio se come ogni persona cammina con tutti e due gli occhi aperti, ma se cammina con un solo occhio aperto ed uno chiuso, è chiaro che si sbanda.
Questa è la ragione per cui oggi le donne chiedono non solo il diritto di voto, cioè l’elettorato passivo, ma chiedono il diritto di rappresentarsi nell’elettorato attivo, cioè nelle rappresentanze istituzionali.
Ricordo, però, agli amanti delle distinzioni, delle differenze, delle discriminazioni che nell’immediato Dopoguerra non tutte le donne ebbero il diritto di voto. Le prostitute, quelle che esercitavano la professione nei bordelli di Stato, non avevano il diritto di voto e i loro figli non potevano partecipare ai concorsi per i posti nella pubblica amministrazione. Ci volle la legge Merlin per rimuovere questa discriminazione. Ci furono enormi argomentazioni a sostegno di questa tesi ma le donne non si sono arrese. Hanno sempre portato avanti l’idea che il Paese è anche un problema loro, che loro non sono semplicemente al servizio del Paese in termini di lavoro di cura, ancillare, ma vogliono partecipare alla gestione del potere.
Poiché era troppo difficile affrontare questo tema in una legge, io e molte altre persone – mi riconosco totalmente nelle cose che diceva la Presidente del mio Gruppo – lo affrontammo nelle regole interne alle grandi organizzazioni politiche e sociali, mutuando dalla Germania un principio, che era quello delle quote. Vi risparmio la discussione sull’introduzione delle quote. Chi vi parla veniva fermata nei corridoi delle riunioni sindacali cui partecipava dai suoi colleghi maschi (non vado a casa di nessuno) che dicevano: «Ma care campagne, dovremmo andare a Casablanca per avere un posto?». Questo era il modo signorile con il quale si affrontava la discussione sulle quote.
Oggi i grandi partiti e i grandi sindacati hanno regole che non sono più le quote di tutela, ma sono norme antidiscriminatorie: nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore o inferiore a una certa soglia. Siamo andati oltre la norma di tutela. Guardate bene le grandi organizzazioni: ci sono donne che dirigono la CGIL e Confindustria, cose che non si sarebbero mai pensate.
Ma perché, se è vero che le donne sono riuscite ad entrare in maniera così determinata nel governo anche delle grandi organizzazioni sociali, non sono mai riuscite a scalfire la politica? È un problema che deve essere guardato in faccia. Gli uomini pian piano sono arretrati. Hanno detto: «Sono più brave a scuola. Arretriamo. Sono più brave in altri campi. Arretriamo». Si sono asserragliati in quella che io chiamo la cittadella del potere, in cui sono loro a determinare le regole.
Vogliamo far capire questo: la cittadella del potere non regge più. Anche quella è destinata a crollare, perché il protagonismo delle donne, non solo di quelle della mia generazione, ma anche di quelle delle giovani generazioni, spazzerà via questo atteggiamento di conservazione. Oggi, infatti, le donne vogliono sentirsi cittadine a tuttotondo.
Il fatto di introdurre norme che non solo promuovano ma garantiscano anche il risultato significa solo guardare in faccia il Paese: il 52 per cento del corpo elettorale è composto da donne. Se si vuole dare rappresentanza al Paese per come si è trasformato, questo 52 per cento deve avere la sua rappresentanza e la sua collocazione.
Torno allora alla domanda di prima. Ma perché una donna non è mai stata neanche ipoteticamente candidata alla carica di Presidente della Repubblica, men che meno Presidente del Consiglio e neppure Presidente del Senato? Non c’è mai stata una donna Presidente del Senato. Nilde Iotti è stata presidente della Camera, proprio perché veniva da un partito in cui le donne fecero una battaglia per la rappresentanza femminile nelle più alte cariche istituzionali. (Commenti dai banchi del centrodestra).
GAMBA (PdL). La Pivetti non veniva da lì.
DONAGGIO (PD). Non vi dice niente tutto questo?
Vi chiedo solo di fare uno sforzo di modernizzazione. Guardate in faccia le nuove generazioni delle donne. Oggi queste donne hanno il diritto, perché partecipano insieme con i loro compagni e con gli uomini alle trasformazioni di questo Paese, anche di rappresentarsi in proprio e non per interposta persona al governo e alle trasformazioni della nostra Repubblica. (Applausi dai Gruppi PD, IdV e Per il Terzo Polo:ApI‑FLI e della senatrice Bonfrisco. Congratulazioni).
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, abbiamo conosciuto, da ultimo con l’intervento della senatrice Donaggio, un dibattito di grande densità politica e di grande qualità civile. Debbo tuttavia esprimere il mio dissenso, argomentandolo e pregando i colleghi di ragionare su un punto.
Signor Presidente, di cosa risente questo modo di legiferare sulla Costituzione? Esso risente del fatto che non abbiamo un relatore e, quindi, siamo esposti in Aula al vento della discussione su singole proposte modificative, al di fuori di una visione unitaria dell’attività legislativa che stiamo facendo.
Per questo motivo, vorrei sottoporre ai colleghi tutti e ai presentatori un punto che, secondo me, è dirimente. Come già accennato da altri colleghi, stiamo ragionando sull’articolo 58 della Costituzione, stabilendo un principio di parità e di genere (adesso vedremo la formulazione che verrà adottata al termine di questo dibattito).
Tuttavia, colleghi e colleghe, questa materia è regolata dall’articolo 51 della Costituzione, che stabilisce quanto segue: «Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Se noi interveniamo con una modifica all’articolo 58, tralasciamo il fatto che l’articolo 51 della Costituzione prescrive che i requisiti della legge sulle pari opportunità intervengano sui seguenti organi collegiali: la Camera dei deputati (ricordo che abbiamo già approvato l’articolo riguardante la Camera, senza inserirvi questa norma), la Presidenza della Repubblica (articolo 84), gli uffici pubblici (articolo 97), la magistratura (articoli 104 e 106) e la Corte costituzionale (articolo 135).
Come possiamo modificare la Costituzione, che ha già una norma di impianto generale sulle pari opportunità (che è propriamente frutto delle battaglie e delle conquiste per le pari opportunità femminili, e che ha rivendicato – da ultimo -, in modo così efficace, la collega Donaggio), con una previsione per il solo Senato? È assurdo. Chiedo scusa, ma si tratta di un intervento privo di senso. Non possiamo modificare la Costituzione, che ha già una norma d’impianto sulle pari opportunità – l’articolo 51 -, dettagliandola solo per il Senato (poiché siamo senatori), dopo che non l’abbiamo dettagliata per la Camera dei deputati e dopo che nel testo di legge non la prevediamo per la Corte costituzionale, per la magistratura, per gli uffici pubblici e per le altre funzioni repubblicane.
Se ci fosse stato un relatore, questo si sarebbe alzato e, con riferimento all’emendamento in esame, avrebbe detto: l’istanza è sacrosanta e l’esigenza è giusta, ma la formulazione è fatta male, quindi, per favore, passiamo al punto successivo.
Condivido tutti gli argomenti di merito sulla parità che sono stati portati, ma essi non sono presentabili, né accoglibili in questa forma e in questa parte del testo della riforma al nostro esame. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PdL).
CARLINO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, faccio anzitutto una precisazione. Non vi è stata alcuna malafede in ordine all’affiancamento delle minoranze al genere, però condivido la richiesta di riformulare l’emendamento venuta da più colleghe e, in particolare, dalla presidente Finocchiaro. Pertanto, do lettura della riformulazione: «La legge garantisce la parità di genere nella rappresentanza elettiva».
FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, si è acceso il dibattito se la questione riguardasse solo il Senato. Un tema che l’Aula ha già discusso e sul quale sono intervenuta anch’io. Non mi pare affatto un punto dirimente, perché, casomai, agiamo per difetto e non per eccesso.
Volevo comunque annunciare che sull’emendamento 3.215 (testo 2), come riformulato poc’anzi dalla senatrice Carlino, che ringrazio, appongono la firma tutti i senatori e le senatrici del Gruppo del Partito Democratico. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e della senatrice Alberti Casellati).
PASTORE (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, questa riformulazione, invocata dalla collega Finocchiaro e accolta dalla presentatrice, a parte la sua applicazione solo al Senato, comporta un’interpretazione della norma nei seguenti termini: in quest’Aula, dei 250 senatori elettivi, devono esserci 125 donne e 125 uomini, prevedendo la parità di genere nella rappresentanza elettiva e quindi non nel processo elettorale ma nell’esito elettorale.
Chiedo ai colleghi se questo non sia solo un mega spot elettorale piuttosto che una norma rispondente all’esigenza di ampliare l’accesso, nei cosiddetti gangli del potere, anche al genere femminile. (Applausi del senatore Sibilia).
BELISARIO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, rimango francamente stupito per il tempo che stiamo spendendo nell’esame di questo emendamento. Rimango stupito perché la norma è di una semplicità sostanziale e nessuna esercitazione scientifica ci potrà convincere del contrario.
Ripeto, stiamo affermando qualcosa di una tale semplicità e così elementare che tornare a parlare di Costituzione, di differenze, di forzatura, di violazioni mi sembra davvero paradossale. Se poi vogliamo essere considerati degli orribili parrucconi che non solo discettano per tanto tempo di una cosa elementare ma che poi si sottraggono ad altro tipo di confronto, francamente non ci sto.
Ringrazio comunque tutti i colleghi che hanno partecipato al dibattito. Capisco che esistono delle differenze, ma affrontiamo l’argomento con la semplicità che merita. Ci sono voci di dissenso, ben vengano, ma il tentativo è di migliorare la partecipazione femminile nelle assemblee elettive, visto che dai Comuni a salire non viene rispettata la parità di genere; anzi, si lavora perché quello stesso principio sia affossato. Ritengo pertanto che uno stimolo sia positivo e che lo sia proprio in un momento in cui finalmente riusciamo a discutere – visto che in Commissione non siamo riusciti a farlo – di riforme costituzionali, che interessano tutti ma che forse non tutti vogliono. (Applausi dal Gruppo IdV).
PERDUCA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, siccome è stata cambiata l’attuale formulazione rispetto a quella originaria, che comunque non incontra il nostro consenso, i senatori Bonino, Poretti e Perduca si asterranno nella votazione di questo emendamento e non ne sottoscrivono la nuova formulazione.
VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, intervengo molto rapidamente in dissenso dal mio Gruppo, per un motivo molto semplice ed anche per cogliere l’occasione di questo intervento per avanzare una proposta. È evidente che ci vuole comunque ed in ogni caso un coordinamento con l’articolo 51, primo comma, della Costituzione, altrimenti rischiamo di introdurre una norma che è un doppione rispetto all’articolo 51, primo comma.
Quando si sviluppò la discussione nel 2002 sulla riforma di quell’articolo, le motivazioni furono esattamente quelle sentite in quest’Aula oggi. Quindi francamente il buon legislatore non può introdurre una norma che non sia quantomeno coordinata con una già esistente che dice sostanzialmente le stesse cose.
NANIA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
NANIA (PdL). Signor Presidente, io voterò in dissenso dal mio Gruppo, quindi mi asterrò, perché questa riformulazione impone una legge di nominati. Se non ci fosse una legge elettorale di nominati, ma una legge libera, dove gli elettori possono scegliere, potremmo avere il risultato di più maschi e meno donne o di più donne e meno maschi, il che vuol dire che sarebbe una legge elettorale incostituzionale.
Allora, per essere praticabile questa norma, deve avvenire ciò che avveniva con il “Mattarellum“: un uomo, una donna. Ma – attenzione – solo con due candidati, non con tre, oppure con quattro, oppure con sei, perché diversamente… E poi, se in una circoscrizione, ad esempio quella della Sicilia orientale (che mi viene più facile), si comincia con l’uomo, in quella della Sicilia occidentale si deve cominciare con la donna e viceversa.
Quindi, è una norma che dimostra il ridicolo al quale si sta arrivando (Applausi dai Gruppi PdL e CN:GS-SI-PID-IB-FI), che soprattutto colpisce le donne e che – aggiungo ancora – dimostra chiaramente che non si vuole assolutamente risolvere questo problema.
E allora, se dobbiamo dire per un verso che vogliamo che siano gli elettori a scegliere deputati e senatori con il loro voto e per l’altro verso pensiamo ad una legge che garantisce… Quindi, un giudice qualunque dice: «Ohibò, ma questa legge non garantisce la parità del risultato». Quindi, siccome deve essere di nominati, io non capisco come l’Italia dei Valori, che fa una battaglia contro la legge dei nominati, possa presentare un emendamento che presuppone obbligatoriamente, come conseguenza, che ci sia una legge di nominati. Questa è schizofrenia pura. (Applausi dai Gruppi PdL e CN:GS-SI-PID-IB-FI e dei senatori Garavaglia Massimo e Del Pennino).
PALMA (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
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PALMA (PdL). Signor Presidente, confesso che, attesa la delicatezza dell’argomento, forse sarebbe stato da parte mia più prudente non intervenire. Ma confesso altresì che taluni interventi, a partire da quello del senatore Rutelli, per seguire con l’ultimo intervento del senatore Pastore, mi hanno convinto ad intervenire.
Io vorrei dire pochissime cose. La prima è che vi è una differenza sostanziale tra le pari opportunità e la parità di genere. Le pari opportunità, che sono garantite nella nostra Costituzione, tendono a tutelare le pari possibilità, indipendentemente dal genere, per accedere allo sviluppo della propria vita. La parità di genere nella rappresentanza elettiva invece impone sostanzialmente la parità con riferimento al risultato e in maniera del tutto indipendente sia dalle opportunità di partenza, sia anche dal valore delle persone. Faccio un esempio fra tutti. Nel 1964-65, se non ricordo male, nel concorso in magistratura si modificò la normativa e si consentì alle donne di partecipare a quel concorso. Si apriva sul mondo delle pari opportunità, com’era giusto che fosse.
Con il trascorrere del tempo ci troviamo adesso di fronte a una magistratura che vede, viva Dio, negli ultimi concorsi e ormai da diversi anni un prevalere del genere femminile rispetto a quello maschile. Le pari opportunità sono garantite per gli uomini e per le donne; la differenza di merito assicura il risultato finale. Con la riformulazione che voi avanzate proponete sostanzialmente che per il Senato il risultato e non la base di partenza garantisca parità, in maniera del tutto scissa dai meriti e dalle capacità personali dei soggetti. (Applausi dal Gruppo PdL e dai senatori Astore, Del Pennino e Fosson).
Mi chiedo e vi chiedo con molta serenità, al di là dei richiami del senatore Rutelli all’articolo 51 o del senatore Calderoli all’articolo 48, se siete davvero sicuri che assicurare la parità del risultato sia in linea con uno dei capisaldi della nostra Costituzione e, cioè, l’articolo 3 della Costituzione, che non prevede disparità di trattamento fondate sul genere. Mi rendo conto che questo tipo di discorso può essere da taluno di voi immaginato come paradossale.
L’articolo 3 vuol dire semplicemente che l’uomo, la donna, il nero e il bianco valgono per quello che sono e per le loro capacità. Quelle loro capacità non possono essere compresse o soppresse in ragione solo della differenza di genere. (Applausi dal Gruppo PdL). La parità di risultato questo comporta. Signori senatori, non stiamo operando su una legge ordinaria, e con questo non voglio dire che la cosa sia di minore gravità; noi operiamo sulla Carta costituzionale e in che modo vi sentite oggi di varare una modifica della Carta costituzionale che prevede per il solo Senato la parità di genere sul risultato e non la prevede, ad esempio, per la Camera dei deputati e per tutta quella serie di uffici pubblici in cui le problematiche sono assolutamente le stesse?
Vorrei dire un’ultima cosa alla presidente Finocchiaro con riferimento a un suo passaggio sul semipresidenzialismo. Io so bene quali sono i problemi che accompagnano questa riforma costituzionale. Conosco bene l’accordo iniziale e quello che è accaduto dopo con un allargamento della normativa sul Senato federale e sul semipresidenzialismo, ma senatrice Finocchiaro noi ancora non ci siamo sostanzialmente arrivati a quel punto. Non pensa che nel varare questa norma, che è fuori dal sistema della Costituzione, si va sostanzialmente con questo voto ad ammazzare definitivamente questa riforma? Ella non potrà non condividere con me la necessità alla Camera di riportare a parità la normativa della Camera con quella del Senato. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Del Pennino).
PRESIDENTE. Prego i senatori di intervenire per dichiarare il voto. Ora torniamo alla dichiarazione di voto vera. Ho diretto in modo molto aperto questa discussione; per cui, vi chiedo di fare una rapida dichiarazione di voto in un senso o in un altro.
D’ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D’ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, intervengo per dichiarare il nostro voto contrario. Noi partiamo dal presupposto che quello che stiamo facendo è obiettivamente surreale: stiamo discutendo di una riforma che non vedrà la luce. Le ragioni non le spiego; siamo fuori tempo limite e non c’è il tempo per fare la seconda lettura e le letture previste dall’articolo 138.
In sostanza, stiamo facendo una cosa surreale, un dibattito che sinceramente ci saremmo potuti risparmiare utilizzando questo tempo e l’Aula del Senato per varare provvedimenti molto più utili e urgenti per il Paese.
Ciò detto, questa discussione è la prova provata del fatto che stiamo affrontando un dibattito surreale. Infatti, ricordo a me stesso che nel 2003 il Parlamento, con votazione pressoché unanime, intervenne modificando l’articolo 51 della Costituzione ed introducendo il principio delle pari opportunità per l’accesso a tutti gli uffici pubblici ivi comprese le cariche elettive e utilizzando una formula molto ampia ed importante.
L’ultimo capoverso del comma 1 dell’articolo 51 della Costituzione recita: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini». In sostanza, è stato introdotto un principio che ha carattere precettivo nel nostro ordinamento e che non riguarda solo l’elezione del Senato – perché di questo stiamo discutendo – ma l’accesso al Senato, alla Camera, ai Consigli regionali, la nomina degli assessori regionali, degli componenti delle giunte, dei consigli comunali. In sostanza, riguarda l’accesso ad ogni tipo di carica pubblica elettiva o che sia oggetto di una nomina o di una designazione.
Quando oggi interveniamo su una cosa che non vedrà mai la luce e ci attardiamo in un dibattito che riguarderebbe la riproposizione di questo principio che già fa parte dell’ordinamento ed è un principio che ha un carattere generale solo ed esclusivamente per parlare dell’accesso alla carica di senatore, credo che sia obiettivamente una cosa dal punto di vista tecnico, prima ancora che politico, imbarazzante. Ma poichè è imbarazzante, signor Presidente, tutto il dibattito, proprio perché serve solo per far scrivere nel programma elettorale di qualcuno che si farà il Senato federale e la Repubblica semipresidenziale, il nostro voto contrario ci consentirà di continuare a manifestare il nostro dissenso. (Applausi dal Gruppo (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).
VICARI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VICARI (PdL). Signor Presidente, cercherò di attenermi ai tempi previsti per le dichiarazioni di voto, ma dalla discussione che è emersa sentivo l’esigenza di esprimere la mia opinione sull’emendamento in questione, avendo registrato molta ipocrisia, come del resto spesso avviene su questo tema, anche in quest’Aula.
È chiaro che l’emendamento è pretestuoso, demagogico, mal collocato. È un emendamento propagandistico, punto e basta. Ma certamente il tema è serio e non è questo il modo di affrontarlo e di proporre soluzioni. Il tema resta assolutamente serio.
Mi dispiace sentire da colleghi in quest’Aula ogniqualvolta si parla di donne o di presenze femminile i loro commenti che sono: «al di là dei loro meriti e al di là delle loro capacità». Io ribalto esattamente agli uomini quello che è stato espresso nei confronti delle donne, dicendo che sono presenti in quest’Aula al di là dei meriti e delle loro capacità. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Bonfrisco).
Detto questo, non abbiamo bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Non abbiamo bisogno di dimostrare le nostre capacità. C’è bisogno soltanto di prendere atto di una società, di una vita che è cambiata. Sarebbe molto più bello, serio e concreto adottare delle azioni e raggiungere l’obiettivo di far sì che le donne riescano ad essere presenti nel mondo del lavoro, quindi anche nel mondo politico nonostante siano mogli e madri. Cosa che in questo Paese viene fatto molto poco.
Ha ragione il senatore Nania quando parla di schizofrenia della proposta perché un conto è dire: “garantisce o promuovere iniziative al fine di garantire” così come – a mio avviso – è già abbastanza chiaro nell’articolo 51 della nostra Costituzione, recentemente modificato, altra cosa è ragionarne seriamente in altri termini. Sono certa che il Senato dovrà occuparsi di questi temi da qui a breve tempo. Senatore D’Alia, lei ha detto che quello che stiamo facendo è un esercizio inutile.
Non so se è inutile, ma certamente dibattere su temi così importanti dà un segnale a noi stessi e al Paese del livello culturale della classe politica rispetto ad alcuni problemi. Forse non arriveremo alla conclusione o forse sì ma certamente i dibattiti di questi giorni resteranno per iscritto e quando noi, o chi verrà dopo di noi si troverà a dibattere e ad affrontare questi problemi, non potrà non guardare ai discorsi che abbiamo ascoltato oggi, nel 2012.
Ha ragione il senatore Nania quando parla di incongruenza. Io invito i colleghi e tutta l’Aula a non trattare il problema con sufficienza, a non cercare un escamotage al fine di non consentire un’invasione da parte delle donne anche delle istituzioni della politica, e quindi a non spaventarsi di una presenza che sia esattamente la fotografia di quello che è la società oggi.
Detto questo, l’argomento dovrà essere affrontato seriamente a breve quando il Senato inizierà la discussione in Aula sulla riforma elettorale perché, in quella occasione, si potrà incidere realmente sulle pari opportunità e quindi sulla presenza di entrambi i generi all’interno del Parlamento.
Si parla di collegi e di preferenze ma l’unico vero strumento per raggiungere l’equilibrio nella rappresentanza dei sessi, nel momento in cui si decide la strada delle preferenze, è la multipreferenza che consente di votare contemporaneamente per un uomo e per una donna. Questo è l’unico modello che si può raggiungere e su questo ci misureremo. Il dibattito di oggi è soltanto un esercizio culturale. Sulla legge elettorale misureremo la capacità e la volontà reali della classe politica presente oggi in Parlamento di garantire l’equilibrio e la rappresentanza dei sessi. Va bene la preferenza ma soltanto a condizione che sia multipla, cioè data ad un uomo e ad una donna contemporaneamente. (Applausi della senatrice Bonfrisco)
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, sono intervenuta altre volte in quest’Aula su questo stesso tema e non soltanto nel corso dell’ultima Legislatura perché questo è un problema che ci affligge da molto tempo. (Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, per favore, sta parlando la senatrice Poli Bortone. Siamo arrivati alla conclusione del dibattito. Cerchiamo di arrivare al voto.
POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Voglio dire soltanto due parole: se avessi avuto qualche dubbio, e non ne ho mai avuti fino a questo momento, mi sarei convinta ancora di più di esprimere non un voto piratesco di astensione ma un voto decisamente contrario a questo emendamento. (Applausi dal Gruppo PdL).
Un voto decisamente contrario che deriva da una mia cultura politica, che sarà minoritaria, per carità, ma è pur sempre una cultura politica rispettabile, rispetto alla quale ho sempre considerato che esistessero già parametri chiari di riferimento: uno è il merito, un altro è la capacità di sapersi esprimere in un settore piuttosto che in un altro. Non tutte dobbiamo fare politica necessariamente, care amiche, possiamo anche fare qualche altra cosa, se la sappiamo fare, così come gli uomini possono tranquillamente fare qualche altra cosa se ne sono capaci.
Poi, c’è il parametro del consenso. Io sono stufa di sentir dire da 50 anni a questa parte che il 52 per cento dell’elettorato passivo è composto da donne mentre appena il 10 per cento del Parlamento è composto da donne. Si vede che le donne non vogliono votare per le donne. Lasceremo la libertà alle donne di scegliere chi diavolo vogliono in Parlamento! (Applausi dai Gruppi CN, PdL e del senatore Astore).
Allora, care amiche, non sono d’accordo con il senatore D’Alia (mi spiace non esserlo questa volta), anche perché stiamo lanciando un brutto messaggio alla gente che ci ascolta in questo momento (almeno attraverso Radio Radicale): la gente non può sentire che siamo in quest’Aula, alla metà di luglio, a svolgere un dibattito surreale. Ritengo, per dignità del Parlamento, che non vi sia niente di surreale nei dibattiti, ma sia tutto reale, concreto e dignitoso. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL). Noi siamo in questa Aula per discutere dignitosamente di problemi degni di essere affrontati.
Signor Presidente, questo problema non mi appassiona più di tanto. Ritengo che la presidente Iotti abbia fatto la Presidente della Camera dei deputati per quello che rappresentava nella storia politica italiana e nella storia del suo partito e non certamente perché era una quota di un partito. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL).
Mi meraviglio – lo affermo chiaramente – del Partito Democratico, che ha condotto battaglie, non di parità di genere, ma di pari opportunità. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Astore). Qui stiamo confondendo la parità di genere con le pari opportunità. L’opportunità deve essere data al contadino e al professionista, al disoccupato ed all’occupato, e non all’uomo e alla donna; altrimenti stiamo ragionando con parametri del passato ormai superati. (Applausi dal Gruppo PdL). Dobbiamo ragionare con parametri del futuro. Il compito del Parlamento è di consentire a tutti di partecipare alla vita politica.
Poi, come in ogni situazione, è bene che vinca il migliore, uomo o donna che sia, purché sia capace di fare politica. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI, PdL e Per il Terzo Polo:ApI-FLI e del senatore Pinzger. Congratulazioni).
DIVINA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, come Lega Nord, dobbiamo affermare in modo estremamente chiaro che non potremmo mai votare un emendamento demagogico come quello ora al nostro esame.
Vorrei farvi sapere ciò che di disgraziato ha portato la parità, intesa come obbligo di risultato di arrivo. Provengo da una Regione in cui vi sono componenti etniche diverse, italiane e tedesche. Credendo di fare buona cosa, abbiamo previsto nel nostro Statuto che per accedere alle pubbliche amministrazioni le componenti italiana e tedesca avessero la parità sulla base di un censimento. Ne è risultato che per accedere alle pubbliche amministrazioni vi sono posti riservati agli italiani ed altri ai tedeschi. Ciò può andare bene in un’amministrazione di pura burocrazia, ma in realtà vale per tutti i livelli dirigenziali, compresi quelli della sanità. Nella nostra Regione, ad esempio, per un concorso di primario, di chirurgo, cioè di una persona che ha la vita degli altri nelle sue mani, non può accedere il migliore. Infatti, se quella posizione dirigenziale compete al gruppo tedesco o viceversa, il migliore non potrà diventare primario o chirurgo ed offrire il miglior servizio alla sanità, perché si dovrà seguire la legge.
Ricordo alla senatrice Finocchiaro che il Partito Democratico si è impegnato, raccogliendo migliaia di firme, per ridare al popolo la possibilità di scegliere gli eletti. Se si tornerà alla preferenza, sarà il libero voto, cioè la preferenza degli italiani, a stabilire l’arrivo. Vi devono essere pari opportunità di partenza, ma non si può garantire un sistema di voto blindato che obblighi ad un risultato finale (Applausi dai Gruppi LNP e PdL). Non è possibile perché ciò va contro la libertà del voto dell’elettore.
O l’una o l’altra: o si fa demagogia o si dà veramente libertà di voto agli italiani. Fate una scelta coerente, per cortesia. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà, per effettuare quello che sarà l’ultimo intervento, dato che non ha parlato nessuno del suo Gruppo. (Commenti). Mi pare ne abbia il diritto, colleghi, visto che – lo ribadisco – non ha parlato nessuno del Gruppo Misto.
DEL PENNINO (Misto-P.R.I.). Signor Presidente, non avrei chiesto di fare quest’intervento, se non fosse stato modificato il testo che è stato ora proposto.
Le osservazioni fatte dai colleghi Pastore e Nania, a mio avviso, sono però così precise e puntuali da non consentire l’approvazione dell’emendamento in discorso. Stabiliamo non le pari opportunità, come hanno detto altri colleghi, ma la parità degli eletti, che non può essere stabilita a priori, se vogliamo riconoscere la sovranità popolare. (Applausi del senatore Benedetti Valentini). E se stabiliamo questo, dobbiamo ristabilire il principio delle liste bloccate, che nessuno qui dentro dice di volere. (Applausi del senatore Pastore). Ci si può dividere sui collegi uninominali o sulle preferenze, ma se vogliamo garantire la parità degli eletti, non valgono né i primi né le seconde, ma soltanto le liste bloccate. Questi sono i motivi per cui voterò contro quest’emendamento. (Applausi del senatore Astore e del Gruppo PdL).
CARLINO (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Carlino, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Prima di procedere alla votazione, colleghi, ricordo che la riformulazione del testo proposta dalla senatrice Carlino è la seguente: «La legge garantisce la parità di genere nella rappresentanza elettiva».
Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell’emendamento 3.215 (testo 2), presentato dalla senatrice Carlino e da altri senatori.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B). (Applausi dei Gruppi PdL e LNP e del senatore Astore).
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I commenti
Lascia un commento26-07-2012 05:42
Letto e DISAPPROVATO il resoconto di seduta del Senato del 18 luglio, mi domando se tra quel milione di donne del 13 febbraio 2011 ci fossero anche delle giornaliste. Se c’erano, dove si sono nascoste? Dove hanno riportato quanto è avvenuto in Senato? Non sui giornali, dove tutti si congratulano per il fatto storico della modifica costituzionale; non alla radio DI STATO dove, a meno che non sia avvenuto alle 4 di notte, non è rimasta traccia dell’eroico-ed ovviamente non riuscito- tentativo di fare giustizia, per una volta. Stanca di essere l’elettorato “passivo”, sarà difficile convincermi a frequentare le prossime cabine elettorali. Spero che con me condividano altre donne italiane,che ad ogni conquista hanno visto violente od occulte contrapposizioni. Il risultato è l’Italia di oggi. Grazie a voi, per averci puntualmente informato, ma tenete conto di cosa significhi appoggiare uno o l’altro dei partiti, potentati ancora oggi maschili, nonostante le presenze coraggiose di alcune donne. AnnaMaria Acone