Olimpiadi, con la saudita Wojdan a Londra 82 secondi di storia
La gara della prima atleta saudita è durata solo un minuto e mezzo. Un berretto nero in testa come velo. È l’Olimpiade delle donne. Come «Sue» che imbraccia la carabina all’ottavo mese.
Di Marco Bucciantini, l’Unita’, 4 agosto 2012
Eccola, l’Olimpiade. È Wojdan Shaherkani, piena di tenerezze e terrori. E poi sono solo 82 secondi, eppure è una cosa lunga come un pezzo di storia, che rotola sul tatami, enorme, goffa ma ormai è passata, c’è stata.
Melissa, il donnone di Porto Rico, l’ha sbattuta giù dopo un minuto di prudenze e riguardi ma era già tutto successo, la prima donna saudita aveva combattuto ai Giochi, aveva dato un senso ai Giochi. Ne aveva raccolto quel testimone ideale e immaginario che attraversa il mondo ogni quattro anni e non lo cambia, per carità. Eppure. Eccolo, il momento. La foto da salvare. Una ragazza che entra nella grande piazza con il volto emozionato come se si fosse appena detta addio allo specchio.
Penetrata dalla commozione, alterna riso a pianto. Ha un berretto nero in testa, è la sua trattativa con la religione, per essere qui. Gli arabi lo chiamano hijab. Shaherkani poteva essere velata, per concessione del Comitato olimpico internazionale che tanto ha voluto questo risultato simbolico, sì da patteggiare con i sauditi: può gareggiare, ma velata. Poi la praticità ha preso il sopravvento, riducendo Maometto a una cuffia nera ed è bellissimo quando la vita si fa largo e va ad abitare quei posti oscuri. Entra, Wojdan, la sommerge un applauso che sembra uno scoppio, un boato che è un tuono, riempie l’aria, la fa tremare.
L’accompagna il fratello, si somigliano molto, i tratti morbidi, le curve ampie. Lei è ottanta chili di carne, ha la cintura nera in vita, ma sembra più una lottatrice di sumo e comunque non importa. Non riesce a lottare, è turbata, agita appena le mani come se scacciasse noiose mosche, l’altra non riesce a spezzare l’incantesimo, aspetta, poi l’afferra ed è un è a terra e con la mano si tocca la nuca, si assicura che lo hajab sia ancora al suo posto, lo rassetta.
La gente piange – credeteci – perché è testimone di qualcosa e lo spettatore vuole essere solo questo e per questo affolla le tribune: una prova, una traccia di qualcosa d’importante, un record, un evento memorabile, un ricordo. Non c’è scampo: la judoka va verso il fratello, lo abbraccia e sono lacrime come se piovesse, mica per la sconfitta, ma perché è successo.
C’è stata. Ieri combattevano gli atleti sregolati, quelli senza limiti di peso, ma la stazza non protegge dai lucciconi, che sgorgano dagli occhi di un judoka marocchino: due metri d’uomo, un quintale e mezzo di muscoli, non voleva perdere e ha perso. È avvilito, accanto a noi mentre aspettiamo Wojdan, per sentirne la voce.
Email
I commenti
Lascia un commento