La violenza di genere e la politica delle donne

Si è concluso a Torino il 14 ottobre scorso “Mai più complici”, l’evento conclusivo di una prima fase di analisi, elaborazione e mobilitazione pubblica lanciata da Se non Ora Quando? per riconoscere e contrastare la violenza nei confronti delle donne.
Il punto di partenza di tale percorso, ancora molto lontano dal suo compimento, è stato certamente la manifestazione del 13 febbraio 2011 che ha posto la corporeità delle donne al centro di un incontenibile sentimento pubblico di indignazione: l’offesa alla dignità delle donne ha assunto il significato di offesa alla dignità del Paese, in un contesto di cittadinanza negata.
E, contestualmente, quel rifiuto di una cultura mediatica, stereotipata e irreale, associata ad una politica arrogante, capace di oltraggiare le Istituzioni e la cittadinanza, è convogliato in uno straordinario impegno civico e nella sorprendente volontà di ricostruzione.
Ma questa volta a narrare questo impegno e questa volontà sono state le donne.
Parole e immagini che sono tornate a riempirsi di contenuti simbolici e reali, di valori condivisi ed inclusivi: un racconto a più voci, arricchito da desideri, bisogni, possibilità di scelta, libertà e diritti.
Il disegno di una società diversa, costruita sulla solidarietà tra generi e generazioni, in cui convivono differenze, eguaglianze, pari opportunità: in altri termini una piena cittadinanza.
Ma per veder realizzata questa nuova società occorre rimuovere ogni ostacolo.
Diseguaglianze, discriminazioni, privilegi, corruzione, limiti all’accesso e all’esercizio dei diritti umani fondamentali delle donne: la vita, la sicurezza, la salute, il lavoro, il benessere, il diritto alla maternità per poi arrivare fino ai diritti politici ed economici.
E soprattutto capire le ragioni profonde di quella costante negazione di cittadinanza, in ogni ambito della vita pubblica e privata.
Si è iniziato a Barletta, a Marina di Monasterace e poi a Gerace: lì vi erano le donne lavoratrici sepolte dalle macerie , le donne delle Istituzioni sotto scorta, le testimoni di giustizia “giustiziate” dalla criminalità organizzata, in seno alle loro famiglie.
Simboli eroici e silenziosi di un impegno quotidiano nella difesa dei diritti e del diritto: in territori dove le diseguaglianze sono più esasperate, dove non c’è sviluppo economico né libero mercato, dove manca il lavoro sicuro ed equamente retribuito, dove alla violenza entro le mura domestiche, che si nutre in modo impressionante di tali criticità, si aggiunge quella di uno Stato in estrema difficoltà nel garantire protezione, sicurezza, giustizia e democrazia alle proprie cittadine.
Si è compreso un nesso profondissimo tra le diseguaglianze di genere e la cultura dominante, espressione di una struttura familistica e patriarcale della società, ancora caratterizzata da monopoli maschili, politici ed economici.
Poi, nel 2012, si è continuato a parlare di violenza, in tutta Italia, grazie alla generosità e capacità dei comitati territoriali: nelle piazze, nei teatri, nelle sale, sotto i tendoni. Donne e uomini hanno espresso le proprie emozioni attraverso la poesia, la musica, le immagini, le parole. E poi le impressioni, le proposte, l’ascolto, il dialogo con la politica, l’attenzione della Presidenza della Repubblica.
Piccole e grandi città.
Per citarne solo alcune: Torino a Marzo, Scandiano ad Aprile, Udine a Maggio, Ferrara a Luglio, Fermo ad Agosto, Merano a Settembre e ancora Torino a Ottobre.
Sono stati coinvolti nel dibattito le più alte cariche istituzionali, i centri antiviolenza – esemplare rete di esperienza e competenza, tutta italiana – il servizio pubblico radiotelevisivo, la magistratura e l’avvocatura e poi gli operatori sanitari, i centri di ascolto degli uomini autori di violenza, le antropologhe, le giornaliste, le economiste, le immigrate, gli psicologi, le insegnanti …
Si è parlato di Convenzioni Internazionali, di cultura ed educazione di genere, di media e pubblicità, di formazione professionale, di prevenzione e protezione, di seconda vittimizzazione, di testimoni della violenza, di sistemi giudiziari, di finanziamenti pubblici, costi sociali ed economici della violenza, di necessaria diffusione della parità e della democrazia paritaria.
Sono stati individuati i nessi tra le discriminazioni che sono all’origine della violenza e la mancanza delle donne nei luoghi decisionali dell’ economia, della politica, dei media e della produzione culturale, anche contemporanea.
E si è compreso che la violenza sulle donne ha spesso un volto invisibile, multiforme e diffuso, orribile e raccapricciante, che si manifesta per soffocare gli aneliti di libertà.
Ma la violenza, svelando se stessa, svela tutte le discriminazioni.
E dunque il grande appello, “Mai più complici”, ha indicato agli uomini e alle donne le ragioni più profonde della violenza, con il coraggio di toglierle il velo e nominarla.
Finalmente è emersa la brutalità del termine, il femminicidio appunto, che ha risvegliato le coscienze e messo a nudo la vergogna di un’intera società, una società che non è in grado di proteggere le sue figlie, le sue bambine, private del loro futuro, dei sogni, dei diritti fondamentali, della vita stessa.
Anche gli uomini hanno sentito questa vergogna, hanno iniziato una seria analisi sulla propria identità, sulle ragioni della violenza di genere, su modelli sociali e culturali stereotipati, sulla qualità della relazione con la donna e con il suo corpo.
Hanno voluto parlare con le donne.
Oggi, finalmente, anche la politica ha iniziato ad ascoltare la voce delle donne: la firma della Convenzione di Istanbul è un primo passo.
Ma allora è evidente che la violenza di genere non è un affare “femminile” né uno slogan pre-elettorale: è una questione di democrazia negata che si combatte con trasformazioni culturali e ampiamente condivise, capaci di diffondere l’affermazione della legalità, dei diritti, delle libertà e del reciproco riconoscimento dei generi.
Dunque, più che di leggi, abbiamo bisogno di una politica nuova, fatta da uomini e da donne.
Nell’immediato, si profila allora una duplice emergenza per contrastare la violenza di genere: la ratifica della Convenzione di Istanbul e la democrazia “paritaria” come principio indefettibile di ogni riforma elettorale.
Il resto, ci auguriamo, seguirà grazie alla forza delle donne.

Antonella Anselmo
Comitato Promotore Nazionale “Se non ora quando?”

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  • Mauri Favaron
    23-10-2012 07:11

    E’ vero! La violenza di genere non è un “problema femminile”. Vedendolo solo in quei termini non ci sarebbe speranza d’arrivare ad una soluzione.

    Il problema, oggi esacerbato da un ventennio di regime cialtronesco, ha radici profondissime, in parte inconfessabili.

    Quanto è rimasto, nel profondo di così tanti di noi, dell’”etica” fascista? Mi sembra difficile che vent’anni di indottrinamento e consenso diffuso siano svaniti come neve al sole.

    Le donne come una “cosa”, strumento per soddisfare voglie sessuali, come appoggio obbligato del guerriero quando torna a casa… Cosa di oggi? In realtà, ne parlava/praticava una buona parte dei bambini delle scuole elementari e medie tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 – ricordo benissimo. Certi atteggiamenti si assorbono da piccol*, perché qualcun* li trasmette, magari involontariamente. Una volta assorbiti vanno a costruire il nostro senso di normalità.

    In questa normalità è assolutamente scontato, ancora oggi, che le donne siano prede, che l’empatia sia “femminile” (e segno di “debolezza”, assolutamente da evitare in un Vero Uomo). E’ assolutamente conforme alle abitudini immaginare delle gerarchie dell’essere. Quanta gente, ancora oggi, condivide i deliri misantropici di Otto Weininger?

    Parlare di femminicidio è importantissimo: è un primo passo!

    Riconoscere che il problema non è una “questione femminile”, e che esiste un grosso problema maschile, è un secondo passo indispensabile.

    E poi, anche, cominciare a strappare una a una le radici (marce) del passato che pretendiamo di non avere avuto. Parlare delle cose è un primo passaggio, e va fatto. Poi tocca a ciascun* di noi prendere una posizione attiva. Disinquinare le nostre menti da vent’anni di cattiveria interessata.

    I patriarcati, secondo me, si nutrono costruendo gabbie di aspettative, di stereotipi, di noi/altr*. E tanti confini, terrori immaginari, nemici semiumani fuori dall’Orticello, desideri “legittimi” quanto vani. Divisioni (ed è interessante notare come la parola Diavolo voglia dire Colui Che Divide). Sopra Tutto Io Me.

    Forse è il caso di prendere tutta questa spazzatura, e portarla in discarica?

    E così, un esercizio per tutt*: la prossima volta che qualcuno dirà qualcosa di offensivo nei confronti delle donne, o di qualche Altro, perché non prendiamo una posizione esplicita, e diciamo “No, non ci sto, secondo me non è così e adesso ve lo dimostro”? Anche se a dire una cosa del genere è una persone ben dentro la nostra cerchia di amicizie? Anche se è un “potente”?

    Quella da fare non è niente di meno che una rivoluzione. Ma non delle solite, fatte per sostituire un Capo con un altro. Una rivoluzione che non uccide persone, ma simboli decrepiti. Che cambia il modo di essere delle persone “sin da dentro”.