SNOQ soggetto politico di donne e la riforma del lavoro

di Elisabetta Addis – Comitato Promotore Nazionale Se Non Ora Quando

Il massimo organo democratico della nazione, il Parlamento, è chiamato a pronunciarsi su una riforma del mercato del lavoro che riordinerà l’accesso, l’uscita, e le condizioni di lavoro di uomini e donne, incidendo profondamente sulle loro scelte di vita. Riforma che porta la firma di una Ministra, Elsa Fornero, frutto di una discussione con vicende alterne dove hanno avuto un ruolo preminente due donne, la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, e Susanna Camusso, alla guida del maggiore sindacato italiano.
Il Comitato Promotore Nazionale di Se Non Ora Quando ha di recente presentato un documento per chiarire la visione e la missione del gruppo come nuovo soggetto politico, rivendicando la propria autonomia da altre organizzazioni politiche e la propria trasversalità a tutto lo spettro politico italiano. Io credo che Se Non Ora Quando debba esprimersi in su questioni di così grande importanza: e che allo stesso tempo credo che non sia facile individuare quale sia il punto di vista “di genere” su questa riforma del lavoro. E’ stato finalmente chiarito nel documento che, “trasversalità” significa volontà di essere un soggetto plurale non solo compatibile con diverse appartenenze politiche,(donne dei partiti, dei sindacati, femministe e donne che non fanno riferimento ad alcuna altra organizzazione) ma anche forte di queste appartenenze plurali. E che questa pluralità e trasversalità si regge su un patto che ha al centro alcuni contenuti, che nel documento ci siamo sforzate di riassumere.
Trasversalità significa che a Se Non Ora Quando debbono poter aderire donne di Confindustria, del Sindacato, e di tutte le forze politiche, come hanno fatto in piazza il 13 Febbraio, dove era presente l’arco politico che va da Futuro e Libertà a Sinistra e Libertà, passando per il centro cattolico e per quello laico, e ci deve essere spazio anche per donne che hanno assunto una posizione critica verso tutte le attuali forze politiche parlamentari e che si battono per un profondo rinnovamento del ceto politico di questa nazione. Un rinnovamento di cui tutte e tre le donne citate (Fornero, Camusso, Marcegaglia), che pure rappresentano tre impostazioni culturali e politiche differenti, sono comunque espressione.
Trasversalità significa anche che Se Non Ora Quando è diverso dalle Associazioni autonome di donne che in questi anni hanno con fermezza e dignità mantenuta viva l’eredità culturale e politica del femminismo. Appunto perché contiene le donne della politica e delle istituzioni, e donne che hanno messo generosamente al servizio di questa causa la loro visibilità mediatica e professionale, molta o poca che fosse. Le donne dei partiti e delle istituzioni sono più forti, rispetto agli establishment maschili delle loro organizzazioni di appartenenza, perché hanno alle spalle Se Non Ora Quando. Le donne del femminismo, o comunque quelle che hanno scelto di avere come unica appartenenza quella a Se Non Ora Quando, hanno la possibilità di una cerniera con la sfera della decisione politica, dalla quale erano state quasi escluse dai metodi di selezione del personale politico femminile praticati da buona parte della vecchia politica. Criteri spesso deleteri che includevano la giovinezza e l’avvenenza quando non perfino la disponibilità sessuale.
Questo reciproco rafforzamento richiede la capacità di compiere un continuo atto di equilibrio interno al gruppo, da parte di alcune, quelle esterne alla politica “politicienne”, per non accusare le donne della politica di connivenza con l’establishment maschile, di essere beneficiarie di un sistema di cooptazione che talvolta ha escluso proprio le più autonome, e/o di intenti egemonici dei loro gruppi e partiti su Se Non Ora Quando. Da parte di alcune altre, quelle che invece fanno politica nelle istituzioni a fianco agli uomini, richiede che si di riconosca pienamente il contributo e la alleanza sui contenuti con di coloro che fanno parte solo dell’associazionismo femminile e della cultura femmista diffusa che ha mostrato la sua vitalità il 13 febbraio.
Veniamo alla riforma del lavoro. La controversia sull’articolo 18 è nata nel contesto della discussione economica degli ultimi anni ’80, quando è avvenuto che l’America di Clinton è partita per una strada di crescita della prosperità e dell’occupazione, senza crescita dell’inflazione, che è durata più di un decennio. L’Europa a quei tempi rimase al palo, con elevati tassi di disoccupazione che persistevano nel tempo, e l’unificazione monetaria, per le modalità in cui si è attuata, non ha avuto gli auspicati effetti espansivi. All’epoca alcuni economisti individuarono la causa di questo nei meccanismi rigidi di funzionamento del suo mercato del lavoro, e nelle dimensioni del suo Stato Sociale. In paragone con gli Usa, l’Europa si era caratterizzata da una presenza sindacale forte, da contrattazione centralizzata, da protezioni giuridiche contro il licenziamento, da un forte peso delle tasse sul lavoro, cioè dei contributi a carico delle imprese e dei lavoratori per finanziare lo Stato sociale. La ricetta consigliata fu quindi quella di introdurre flessibilità sul mercato del lavoro, in ingresso, in uscita, e durante il percorso lavorativo.
Era giusta o era sbagliata quella analisi allora? Non importa più, perché sicuramente, non è più attuale.
Siamo in un’altra epoca. Siamo alla fine di un decennio dove, nonostante l’11 settembre, la globalizzazione ha galoppato, dove India e Cina hanno invaso l’occidente con beni a basso costo, e le compagnie aeree hanno riempito i cieli di voli a basso costo dove gli stewards e le hostess hanno contratti precari, salari bassi, e un mansionario che include anche funzioni di venditore/venditrice, nonché di animatore turistico. E tutto questo ha redistribuito le specializzazioni produttive per il mondo: i meloni nei supermercati vengono dal Brasile e noi esportiamo macchine utensili che servono al resto del mondo a portare avanti lo sviluppo, per poi farci concorrenza. E’ così dai tempi di Marx, e non può non essere così: le alternative finora proposte sono state peggio. Questo meccanismo ha moltiplicato gli esseri umani sulla terra, e ha reso molti di loro ben più ricchi dei loro genitori. Solo in occidente, c’è una generazione che guadagnerà meno dei propri genitori. Nel resto del mondo, non sarà così. Un limite tuttavia è stato raggiunto: è la capacità dell’ambiente di sopportare tutto questo arricchimento e espansione umana, e a questo limite ci dovremo tutti e tutte adattare.
La causa principale della disoccupazione non sono le rigidità del lavoro, né in Europa né altrove. La causa della disoccupazione è la competizione globale, è la caduta degli investimenti generata dalla crisi originata in America coi mutui subprime, che ha “imballato” il sistema finanziario. Questa crisi si ripercuote innanzitutto sui paesi ad alto deficit, per cui, anche con tassi di interesse incredibilmente bassi in Italia gli investimenti, la produzione e l’occupazione non riescono a ripartire. E’ una crisi da mancanza di domanda. Un paese come la Germania è riuscito ad utilizzare quelli che secondo alcuni erano elementi di rigidità, cioè le sue relazioni industriali, per governare il mercato del lavoro redistribuendo ore di lavoro e redditi tra la popolazione , pilotando il paese verso l’uscita dalla crisi, impedendo la caduta della domanda per questa via. E abbiamo tutti e tutte appreso che in una grande impresa come la Fiat il costo del lavoro pesa solo il 7% dei costi totali. La crisi di oggi non ha come epicentro il mercato del lavoro, anche se è sul mercato del lavoro che si fanno vedere i suoi effetti devastanti: salari troppo bassi e disoccupazione e precarietà troppo alti per consentire alle giovani generazioni di sviluppare i propri progetti di vita. E le donne?
Nella mia Sardegna, il bel rapporto curato da M. Letizia Pruna del Centro Studi sulle Relazioni Industriali di Cagliari ha messo in luce come tra il 2004 e il 2010 sia avvenuta una sostituzione: sono stati persi 25.000 posti di lavoro maschile nell’industria, sono stati creati 22.000 posti di lavoro femminili nei servizi privati, prevalentemente alla persona. Naturalmente i posti maschili erano stabili e a salario relativamente più alto. E sono stati persi non con il licenziamento ma con un lungo processo di dismissione che ha visto attivare tutte le casse integrazione ordinarie straordinarie e in deroga fino ad un accompagnamento al pensionamento, oppure, semplicemente, al licenziamento. Le donne che hanno trovato occupazione sono definite nel rapporto “donne con qualifiche indefinite che lavorano in settori indefiniti”. C’è una estensione dei servizi di estetista, di imprese di piccola sartoria, di imprese di confezionamento di alimentari che prima venivano venduti “sfusi” e che ora vengono valorizzati prima della vendita, di servizi associati al turismo, custodia invernale e pulizia di seconda case, intermediazione, affitti. Le donne hanno mostrato creatività, duttilità, ma anche, rassegnazione a una situazione in cui industria e settore pubblico non c’erano più.
Questo processo sta avvenendo anche altrove, un impiego femminile nel terziario con caratteri di precarietà sta sostituendo il lavoro maschile nell’industria, qualificato e protetto. L’esistenza dell’articolo 18 non ha impedito questa trasformazione. Il motivo per cui le industrie in Sardegna hanno chiuso non è la presenza dell’articolo 18: è perché quando si è cercato di industrializzare l’Isola a colpi di capitale pubblico si pensava di utilizzare l’abbondanza di manodopera, quando nel Nord dell’Italia si era già arrivati al pieno impiego e si importavano immigrati dal resto del sud. Ma ora non c’è nessuna convenienza per gli imprenditori ad andare al sud: né danari pubblici – le norme sulla concorrenza europea lo prevengono- né manodopera a basso costo: per quanto basso possa essere, in Cina e in India è più basso. L’unica strada aperta è quella di sfruttare i fondi per la coesione sociale, cui Monti ha dedicato, infatti, opportunamente, un ministero, oppure aguzzare l’ingegno per capire quali fette della bassa domanda mondiale si possono soddisfare con produzioni fatte in Sardegna.
Questo vuol dire che davvero, l’articolo 18 oggi è solo un tabù. E’ un tabù per tutte le parti sociali, sia Confindustria che il sindacato. La sua esistenza non ha impedito la pesante ristrutturazione negli ultimi quindici anni, e la sua eliminazione non favorirà particolarmente le imprese. Sull’articolo 18, come donne non la pensiamo diversamente da come la pensano gli uomini: ad alcuni piace ad altri meno, non è su questo che ci divideremo. Non è per l’abolizione dell’articolo 18 che cambierà la distribuzione internazionale del lavoro: i beni ad alto contenuto di lavoro continueranno ad essere prodotti in India e Cina, e noi dobbiamo fare concorrenza fornendo al mondo quelle cose che solo noi sappiamo fare: beni ad alto contenuto di cultura, di conoscenza e di tecnologica. E le donne italiane sono essenziali a questo progetto. Poiché le donne italiane hanno dimostrato sul campo di essere altrettanto capaci degli uomini di assorbire cultura e conoscenza e tradurla in prodotti, e l’Italia non può più permettersi di sprecare il cervello e la preparazione di nessuna. Continueremo invece a sprecarlo, e a ricacciarle fuori dal sistema produttivo, se la precarietà e la discriminazione contro le donne nell’accesso ai gradi alti delle carriere non consentirà alle migliori di esprimere pienamente il proprio potenziale umano, se per esprimere il proprio potenziale intellettuale e creativo le donne italiane dovranno continuare a rinunciare alla maternità che desiderano.
Un’ organizzazione del lavoro che riconosca il merito delle donne e che privilegi le madri per poterne utilizzare le potenzialità di intelletto e di cultura è l’unica strada non per le donne italiane, per la nazione italiana. Ma attenzione: le donne italiane sono fuori dalle forze di lavoro, a fare le casalinghe, per loro libera scelta. Perché dati i salari bassi e le condizioni di lavoro precarie, e data l’organizzazione dei servizi pubblici e privati, in Italia è meglio fare la casalinga. Per coinvolgere le donne nel mondo del lavoro retribuito c’è una sola strada: migliorare i servizi all’infanzia e agli anziani, e alzare i salari e migliorare le condizioni di lavoro. Fare in modo che anche le donne italiane si sentano di fare figli, e una volta fatti, non si sentano in colpa a lasciarli in altre mani per accedere ad un lavoro retribuito. Se non si risolve in maniera positiva per le donne il nodo lavoro/ maternità si condannano alla frustrazione generazioni di donne cui è stato giustamente insegnato che maternità e carriera non debbono essere alternative. Non è esagerato dire, con i tassi di natalità che abbiamo, che senza questa capacità di rendere la maternità non penalizzante e conciliabile con la carriera, la nazione si estingue. Per fare figli ci vuole un reddito certo nel tempo e una ragionevole indipendenza economica dalla famiglia di origine e dal partner. Che cosa dà, alle giovani donne che sono in quei lavori che ho descritto in Sardegna, la riforma, in termini di certezze?
Se questo è il metro che usiamo per giudicare le politiche del governo, dobbiamo dire alla ministra Fornero che la sua riforma non ci soddisfa, e anzi, che crediamo che ci sia stato un equivoco, che proveremo a chiarire anche per facilitare l’accordo cui si dovrà andare.
Questa riforma dà poco alle donne. Dà poco, e con una mano dà, con l’altra toglie. Non c’è mainstreaming nella riforma Fornero. Mainstreaming è l’idea per cui tutti i provvedimenti devono essere esaminati per gli effetti che avranno sulle persone dei due sessi. Cosa c’è, in questa riforma, per le giovani donne tra venti e trenta anni che sono dentro la spirale dei lavori precari, e che vorrebbero uscirne per intraprendere un progetto di vita? Alle 22.000 sarde che si sono rimboccate le maniche, che tipo di assicurazione sociale propone per dare loro delle certezze?
La sicurezza del reddito delle cittadine è nuovamente affidata a un fondo contributivo, la ASPI. Solo chi avrà lavorato e contribuito a questo fondo, avrà diritto a reddito. Si accentua cioè il “lavorismo” del sistema di welfare italiano, aumentando le aliquote pagate da imprenditori e lavoratori, per pagare il sussidio di disoccupazione. Cioè si aumenta il cuneo fiscale, che agisce come una tassa sul lavoro e che di conseguenza avrà un effetto negativo sulla domanda di lavoro frenando un’eventuale crescita dell’occupazione.
Dare il sussidio di disoccupazione su un fondo contributivo va contro l’idea che il welfare (e il sussidio di disoccupazione fa parte del welfare) è un diritto del cittadino e della cittadina (non del lavoratore o della lavoratrice) e deve essere finanziato con la tassazione sui redditi e sui beni, non con i contributi sul salario. Non lo devono pagare i lavoratori e le imprese; lo devono pagare i cittadini e le cittadine in proporzione ai loro redditi. Fare un fondo come lo propone la riforma Fornero, è un errore doppio: primo, non garantisce che se farai un figlio ci sarà un sostegno pubblico che ti aiuta a mantenerlo; secondo, aumenta la “tassa sul lavoro”. Il lavoro è come la benzina, più lo tassi meno se ne usa, più aumentano i contributi meno si creano posti lavoro.
E’ per questo motivo che noi avevamo chiesto che l’indennità di maternità fosse estesa a tutte le donne, anche le non lavoratrici, salvo restando per le lavoratrici il diritto a un’indennità pari al loro salario o stipendio in aggiunta a quella uguale per tutte. E che questa indennità uguale per tutte fosse finanziata dalla fiscalità generale, cioè dall’IVA e dall’IRPEF, non dai contributi.
Se si guarda a questo provvedimento da un’ottica di genere, questo è un provvedimento che va contro la creazione di nuovi posti di lavoro, e che non dà nessuna garanzia a una giovane sui trenta trentacinque anni con un lavoro precario che vorrebbe comunque azzardarsi e fare una scelta di maternità. L’ASPI non è nel capitoletto “Donne”, ma riguarda le donne. Mainstreaming vuol dire considerare cosa succeda alle donne all’interno dei singoli provvedimenti, non aggiungere un capitoletto apposta per donne.
Questo capitoletto fatto apposta per donne, comunque, è anch’esso insoddisfacente. Ciò che è dato nel capitoletto numero sette del testo preliminare fornito dal Ministero, riequilibra certo quel che è stato sottratto al benessere delle donne e delle famiglie in questi anni di deterioramento del mercato del lavoro. A cominciare dal “tesoretto” risparmiato aumentando l’età pensionabile delle donne, che doveva essere scambiato con servizi per le famiglie, com’era stato rivendicato da Se Non Ora Quando, da Pari e Dispare, e da altre reti di donne, e che invece col cambio di governo si è approfittato per fare sparire: anche se la riforma delle pensioni delle donne la ha portata a termine questo governo, non il precedente. Quel tesoretto non è passato in cavalleria solo perché il governo è cambiato. Le donne hanno avuto l’età della pensione aumentata improvvisamente di molti anni. E in cambio non hanno avuto niente di quella spesa in servizi sostitutivi a quella cura dei genitori e dei nipoti che non potranno dare perché continueranno a lavorare.
Sono concessi come se fosse una cosa straordinaria tre giorni di congedo obbligatorio ai padri “in via sperimentale”. Noi, come Se Non Ora Quando, vogliamo il congedo di paternità obbligatorio. Lo vogliamo per un motivo preciso: per ripristinare le pari opportunità sul mercato del lavoro. I datori di lavoro preferiscono assumere giovani uomini piuttosto che giovani donne, perché sanno che le donne possono essere obbligate ad andare in maternità. Cioè, a parità di capacità, alle donne viene imposto un handicap. Sul mercato del lavoro le donne capaci che vogliono diventare madri vengono superate dagli uomini meno capaci. Il mercato del lavoro quindi non è efficiente, non premia più il merito. Per questo motivo il congedo di paternità obbligatorio deve essere pari al congedo di maternità. Tre giorni contro cinque mesi, non c’è storia. E che il mercato del lavoro funzioni in maniera efficiente non è interesse solo delle donne: è interesse della collettività, e Monti, che è stato Commissario alla concorrenza e ai mercati, dovrebbe essere ben più sensibile a questa necessità di ripristinare le condizioni di perfetta concorrenza sul mercato del lavoro. Potremmo accontentarci, come primo passo, dei quindici giorni obbligatori che sono stati proposti dal Parlamento Europeo come Direttiva. Ma tre giorni ai padri?
Certo, il motivo secondario per cui non ci dispiace che i padri abbiano il congedo è che possono aiutare le loro compagne ad accudire al nuovo nato. Questa è una scelta soggettiva, e ci sono donne che non sono così contente di dover condividere col padre obbligatoriamente le scelte riguardanti il neonato e il proprio corpo nei giorni delicati del bonding madre-figlia. Nessuno può obbligare il padre a usare i giorni di congedo per andarsene a pescare, o alla partita di pallone. In altre parole, nel capitoletto per le donne, si regalano tre giorni di ferie ai loro compagni. Cos’è, mainstreaming al contrario, diamo agli uomini anche nel capitoletto delle donne?
E infine l’equivoco di cui ho parlato prima. Come ho spiegato all’inizio, Se Non Ora Quando è un soggetto politico trasversale di donne, che copre dalle imprenditrici alle operaie, dalla destra alla sinistra. Ciò che noi chiediamo, lo chiediamo in nome di tutte le parti sociali e di tutti gli schieramenti politici. Non vorrei che ci fosse stato un fraintendimento: che i tre giorni di congedo parentale siano stati messi in conto ai sindacati e alla sinistra, nel pacchetto che si offriva loro in cambio della rinuncia all’articolo 18. Salvo poi stupirsi che Susanna Camusso abbia detto: non ci sto, avete dato troppo poco.
Un soggetto politico autonomo che porta avanti gli interessi delle donne cambia gli attori in gioco, e quindi cambia il gioco. Il ruolo delle donne nell’economia è una questione nazionale, e dovrebbe essere la bandiera che una classe dirigente consapevole porta avanti, non quel che un governo concede cautamente e in via sperimentale.

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  • giusy
    10-04-2012 15:32

    oltre che all’infanzia si dovrebbe pensare anche agli anziani.In particolare mi riferisco al diritto dei figli e delle figlie di poterli assistere o aiutare nelle loro difficoltà.Ad esempio concedendo il trasferimento a chi per motivi di lavoro abita lontano dalla residenza dei genitori anziani.O quantomeno dei giorni di congedo appositi. Le ferie non bastano per tutto!

  • giulia
    07-04-2012 13:23

    Concordo con quello che dice la Addis in questo pezzo. Lunetta Savino

  • Gianna Massari
    07-04-2012 11:55

    Mi associo alla domanda di Giuliana Brega, perchè la cosa non è di poco conto.

    • snoq
      08-04-2012 09:09

      E’ un punto di vista, un contributo di Elisabetta Addis

      • giuliana brega
        08-04-2012 19:23

        grazie della risposta; è peraltro sempre piuttosto complicato distinguere tra quelle che sono le prese di posizione ufficiale di snoq (che comunque continuano a non essere condivise in ‘anteprima’ coi comitati) e i punti di vista personali, soprattutto se vengono da donne che fanno parte del comitato promotore.

  • giuliana brega
    06-04-2012 20:28

    giusto per sapere: questa è un punto di vista o passa come posizione ufficiale di SNOQ?