Miriam Mafai per me

di Sara Ventroni, Comitato Promotore Nazionale Se Non Ora Quando

 

Noi che non le siamo state familiari non piangeremo oggi in Campidoglio.

Per rispetto e per pudore la saluteremo con un sorriso di gratitudine e una carezza di orgoglio.

Le più nostalgiche potranno stringere la mano in un pugno o lasciare un fiore accanto al picchetto d’onore.

Oggi non piangeremo, perché Miriam Mafai ha vissuto in pieno.

Se rimpianto c’è stato, Miriam se l’è portato con sé.

Noi non abbiamo più nulla da pretendere da lei, perché questa donna ha dato senso al tempo privato e pubblico.

Al suo tempo ha dato molto.

Ha dato tutto quello che la sua passione e la sua intellgenza hanno potuto e saputo.

Eppure un fastidio sordo si annida sotto i titoli del commiato mediatico.

Ieri sera, mentre con mia sorella e mia madre ascoltavamo senza più forza d’indignazione l’ultima ora di partiti divorati dalla cacrena del malaffare, un giornalista ha detto: “se ne va la Mafai, una comunista temperata e una femminista composta”.

Allora ci siamo svegliate dal torpore.

Questo epitaffio, che forse voleva renderle onore, ci è sembrato un insulto.

Si dice che si riceve la forza dai tempi, e questi tempi ciclotimici – che passano senza pensamento dalla sguaiata volgarità alla compostezza del rigor mortis – non sanno dire il senso di Miriam Mafai per l’Italia.

Questi tempi di eufemismi, di pavida moderazione sono tempi timorati della politica.

Sono tempi insidiosi. Tempi di riflusso calmo, di bonaccia, prima dell’onda anomala.

Sono tempi di concordia di superficie; tempi di buone maniere.

Di Mafai io voglio ricordare la nettezza e un senso pieno – senza risparmio, senza infingimento – della politica. Perché la politica, cioè il sentimento di un destino comune, o è o non è.

Non si può essere mezza incinta. Non si puà essere mezza onesta. Non si può essere un po’ femminista. Non si può essere quasi comunista.

Non ci si schermisce e non si rinnega nulla, quando si crede nella parola e nell’azione che ne consegue. Non si cancella, per convenienza dei tempi, la propria storia, né quella di un partito.

Ricordo che alle scuole medie la lettura di Pane Nero fu la scoperta della Liberazione e di una nascita.

Fu, per me, il segno che potevano lasciare le donne nella storia, nella letteratura, nel giornalismo, nella politica.

Per questo per me Pajetta era il compagno di Miriam, e non viceversa.

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  • giovanna
    10-04-2012 22:18

    una bella testimonianza.